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Andrea Cova è un redattore della rivista San Francesco di Assisi. Da tempo segnala e denuncia l’indifferenza e i silenzi che circondano, politicamente e mediaticamente, le morti sul lavoro e i fenomeno di sfruttamento legati al caporalato. Eppure sono almeno 100mila le persone considerate in condizioni di semi schiavitù, molti dei quali immigrati.

Molti di loro lavorano oltre 10 ore al giorno, senza accesso ai servizi igienici, senza acqua, senza contratto, a meno di 3 euro l’ora.
Di tanto in tanto, grazie a cronisti sensibili, tra questi quelli de il Fatto, e ad associazioni che non si piegano allo spirito dei tempi, il muro del silenzio viene squarciato ed emergono storie di sfruttamento che sembrano arrivare dai lontani secoli del feudalesimo e della servitù.

Come racconta Andrea Cova, e non solo lui, nel giugno scorso in Piemonte è stato liberato un gruppo di “schiavi” macedoni, pagati 3 euro l’ora, costretti a turni massacranti, ridotti in condizioni miserrimme, ai limiti della sopravvivenza.

A luglio è stato trovato morto, nella campagne di Nardò, Mohamed un lavoratore sudanese, stroncato dal caldo e dalla fatica. Ad agosto, la notizia è stata ripresa dai principali quotidiani, è morta Paola, 49 anni, di Gioiosa Ionica, faticava per due euro l’ora.

La pratica sembrava archiviata, ma la tenacia del marito e il rigore degli inquirenti hanno portato alla riapertura del caso, a nuovi controlli, alla ricerca delle cause dell’ennesima morte sul lavoro e da lavoro.

Questa volta il muro del silenzio sembra incrinato, ma restano le domande.
Perché un furto in villa continua ad avere, mediamente, più rilievo di un morto sul lavoro?
Per quale ragione le principali trasmissioni, salvo poche eccezioni, dedicano ore ed ore a chi alimenta l’industria della paura, ma non dedicano analoga attenzione alla insicurezza sociale, alle morti derivanti dallo sfruttamento?

Sappiamo tutto sui delitti compiuti dai rumeni, ma non sappiamo che sono anche la comunità che sacrifica il più alto numero di vittime nei nostri cantieri, presi per la gola da “civilissimi caporali” bianchi, italici e magari anche padani.

La decisione di accendere o spegnere i riflettori non è mai neutrale, ma corrisponde a scelte politiche, etiche, editoriali.
Chi accentua ed esaspera i temi degli sbarchi, delle presunte “orde barbariche”, dell’ordine pubblico minacciato, punta a suscitare risposte emotive ispirate alla logica del pugno di ferro, della esclusione sociale, della costruzione dei muri.
Il racconto delle vite distrutte, dei morti sul lavoro, degli italiani e degli immigrati sfruttati nei campi, non rientra in questo schema, perché chiama in causa le disuguaglianze, le ingiustizie; fa comprendere come il tema della sicurezza sociale non sia risolvibile con il razzismo, con la chiusura delle frontiere, con il mito delle “Piccole Patrie” circondate dai muri e dal filo spinato.

Chi continua a raccontare le storie di Mohamed e di Paola va ringraziato ed incoraggiato, perché ci aiuta a capire che lo scontro in atto non è tra Nord e Sud, tra bianchi e neri, tra credenti e non credenti, ma è uno scontro tra chi vorrebbe estendere diritti faticosamente conquistati e chi invece vorrebbe cancellarli per tutte e per tutti.

Mai come in questi giorni ci vorrebbe una reazione corale, pubblica, un moto di indignazione, magari “tre giorni” di iniziative e manifestazioni contro le morti sul lavoro e contro l’annullamento della dignità; in testa al corteo donne e uomini diversi tra loro, di ogni fede e colore, ma uniti contro i tanti “Caporali” che guidano le truppe del razzismo, della esclusione sociale, del neoschiavismo.