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Un’alternativa praticabile all’immigrazione di massa che tanto preoccupa leghisti e simili, dovrebbe essere quella di creare condizioni di vita accettabili nei territori e Paesi da cui provengono migranti e rifugiati.

Ovvero, esattamente il contrario di quanto il nostro governo e l’Unione europea stanno facendo in molte situazioni.

Prendiamo il caso della Palestina. Una situazione dove oramai da oltre sessantacinque anni si registra una guerra sotterranea che di tempo in tempo riguadagna la superficie con nuovi massacri. Una guerra asimmetrica che vede da un lato uno degli eserciti meglio armati e organizzati del mondo (grazie soprattutto al sostegno degli Stati Uniti) e dall’altra un popolo armato in molti casi solo di pietre.

Nel condurre questa guerra il governo israeliano ha calpestato ogni norma di diritto internazionale e la sua stessa Costituzione. Basti pensare ai crimini di guerra, all’apartheid praticato contro la popolazione palestinese, alla detenzione amministrativa, inflitta, a volte per molti anni, senza nessun processo degno di questo nome.

Contro la detenzione amministrativa sta conducendo fino alle estreme conseguenze uno sciopero della fame l’avvocato palestinese Mohamed Allan, attualmente in fin di vita e che ha chiesto di essere liberato per motivi di salute. Una situazione peraltro comune a migliaia di palestinesi di ogni età, che possono essere detenuti, a volte per molti anni, ad assoluto arbitrio degli organismi israeliani di sicurezza, ivi compresi i cosiddetti “giudici” che presiedono a questo sistema antigiuridico.

Si tratta peraltro solo di un aspetto di un complessivo sistema di oppressione che coinvolge praticamente tutte le dimensioni della triste vita consentita ai Palestinesi sotto il regime israeliano d’occupazione: dalla libertà di movimento all’accesso all’acqua potabile, all’esposizione agli attentati terroristici compiuti dagli estremisti israeliani che Netanyahu condanna a parole ma non persegue nei fatti. Anche perché tali terroristi israeliani sono espressione in realtà di settori politici che fanno parte integrante della maggioranza che lo sostiene, nonché del movimento dei coloni che acquisisce crescente importanza nella società israeliana.

Si deve quindi ipotizzare che i terroristi in questione, che hanno bruciato viva un’intera famiglia palestinese negli scorsi giorni e si apprestano a compiere imprese analoghe con la sostanziale connivenza degli organi statali di Israele, costituiscano in realtà l’altra faccia della politica di Netanyahu costantemente rivolta a negare ogni possibilità di espressione autonoma al popolo palestinese e ad affossare la prospettiva dei due Stati indipendenti e sovrani che dovrebbero pacificamente coesistere e cooperare tra di loro. Prospettiva quest’ultima che la comunità internazionale sostiene a parole ma ipocritamente seppellisce nei fatti, come dimostrato, nel nostro piccolo, dall’incredibile voto della Camera dei deputati che, farsescamente, qualche mese fa, ha contemporaneamente approvato due mozioni in materia di riconoscimento della Palestina dal contenuto opposto. Un po’ troppo anche per il Paese di Pirandello.

Occorre invece una politica coerente che imponga ad Israele scelte a favore della pace e ne condanni i crimini, avvalendosi anche dello strumento delle sanzioni economiche, già utilizzato con successo nel caso del Sudafrica, e che comincia a produrre anche in questo caso risultati positivi.

Il ruolo del diritto in questo contesto può rivelarsi decisivo, specie alla luce dell’adesione della Palestina alla Corte penale internazionale, ma anche sul piano dell’attivazione di ricorsi in tutti i Paesi ai giudici interni affinché, in presenza dei necessari legami di collegamento giurisdizionale, si pronuncino sull’antigiuridicità dell’azione oppressiva, e in vari casi criminale, del governo israeliano. Tema ed iniziative cui dedicheremo, come giuristi democratici, una riunione nazionale che si svolgerà a Napoli sabato 10 ottobre (ulteriori informazioni saranno date sul sito www.giuristidemocratici.it).