“La decisione sulla Grecia non è facile ed è giustamente stata molto discussa“. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha così introdotto il voto del Bundestag sul pacchetto definitivo di prestiti ad Atene, che è stato approvato a larga maggioranza seppur con nuove perdite tra le fila del cancelliere Angela Merkel. Evidentemente non persuase a sufficienza dal discorso che Schaeuble ha sottolineato che si tratta di “un caso eccezionale”, che fino a un anno fa il Paese ellenico era “sulla buona strada” e che  “abbiamo bisogno di un’Europa forte, e non può funzionare senza fiducia, ma serve anche la solidarietà”.

“I dibattiti per gli aiuti alla Grecia sono stati sempre duplici, ci sono motivi pro e contro, importanti economici e politici”, ha quindi ammesso aggiungendo che “sarebbe irresponsabile non usare l’opportunità di un nuovo inizio” per la Grecia dove “il cambiamento è riconoscibile”. E prima di invitare i parlamentari tedeschi ad approvare il piano, li ha nuovamente rassicurati sui punti che restano irrinunciabili per Berlino: tagliare il debito greco “non è possibile”, ma nonostante ciò il governo tedesco ritiene “imprescindibile che il Fmi (che ormai da mesi chiede una più realistica riduzione delle pendenze elleniche, ndr) resti al tavolo con i suoi esperti”. Un tema per altro sul quale il numero uno dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem confida che si troverà un accordo come ha dichiarato al Parlamento dell’Aja in giornata: “Il Fondo Monetario Internazionale è consapevole della realtà politica ed accetta che all’interno dell’Eurogruppo nessuno è favorevole ad un taglio del debito greco. Per l’Fmi la vicenda può essere affrontata in un altro modo”. Dijsselbloem ha aggiunto di non poter “confermare che verrà accolta la richiesta del Fmi di estendere il rimborso fino a 60 anni” e nel sostenere il piano, ha ammesso che la cifra prevista di 86 miliardi è “incerta” e dipenderà dallo stato delle banche greche. Chiaro il riferimento a indiscrezioni di stampa tedesche smentite a stretto giro dalla Troika, che hanno parlato di un salvataggio da 92 miliardi.

Nel corso del dibattito parlamentare tedesco, poi, non sono mancate polemiche sul caso della prima privatizzazione greca dell’era Tsipras che ha visto la tedesca Fraport rilevare 14 aeroporti regionali ellenici per 1,23 miliardi. “Ministro Schaeuble, ho sentito che per caso 14 aeroporti regionali greci vanno alla tedesca Fraport. E questo a un fantastico prezzo, da dumping”, ha detto Gregor Gysi il numero uno della Linke, la sinistra tedesca che ha votato no al programma di salvataggio per la Grecia, ritenendo che non sia adeguato a supportare davvero il Paese.

Posizione che in ogni caso, non ha pesato sull’esito del voto con i parlamentari tedeschi che, come previsto, hanno approvato a larga maggioranza il piano da 86 miliardi di euro: i sì sono stati 454, 113 i no, 18 gli astenuti. Il numero più atteso era però quello dei dissidenti all’interno del partito del cancelliere Angela Merkel che hanno votato no. Nelle prove generali di martedì 56 su 311 deputati dell’Unione (Cdu-Csu) avevano annunciato un voto contrario e 4 l’astensione, un dato migliore del risultato del voto sul pre accordo greco di metà luglio quando 60 avevano votato no e 5 si erano astenuti. Evidentemente, però, non tutti avevano giocato a carte scoperte: alla prova dei fatti i deputati del gruppo parlamentare della Merkel che si sono contrapposti alla linea del cancelliere sulla Grecia sono infatti stati 66: 63 hanno votato contro e 3 si sono astenuti. Diciassette gli assenti.

Il dato che era atteso proprio come termometro del peso della Merkel, oltre al voltafaccia rivela un’ulteriore accentuazione della spaccatura. In questi cinque anni l’opposizione interna ai prestiti alla Grecia è cresciuta in maniera esponenziale, in parallelo con gli umori dell’opinione pubblica. Al primo voto sulla Grecia, nel maggio 2010, i ribelli furono quattro. Nel febbraio 2012 erano saliti a 13, nel novembre 2012 furono 12 e nel febbraio 2015 arrivarono a 29, mentre a luglio sono stati 60. Una fronda crescente che rischia di diventare un problema politico per la Merkel.

Non ha aiutato il fatto che la votazione sia avvenuta in una giornata nera per le Piazze finanziarie del Vecchio Continente. A partire proprio da Francoforte che ha perso il 2,14% seguita da Amsterdam (-2,04%), Londra (-1,88%), Parigi (-1,75%)  e Milano (-1,77%). Sul fronte asiatico, particolarmente caldo per la Germania, invece, le Piazze cinesi che hanno viaggiato ancora in rosso per tutta la seduta, sul finale hanno ripreso quota con Shangai che ha chiuso in progresso dell’1,23% e  Shenzhen del 2,19 per cento. A ribaltare l’esito della giornata è stata la decisione della People’s Bank of China di iniettare nuovi fondi nel sistema, concedendo prestiti a medio-lungo termine ad alcune banche per frenare la svalutazione dello yuan. In dettaglio la Cina ha iniettato quasi 100 miliardi di dollari, tratti dalle sue enormi riserve di valuta estera, in due banche strutturali responsabili della concessione di prestiti in base alle politiche governative. La Banca centrale cinese, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, ha finalizzato degli apporti finanziari rispettivamente di 48 miliardi di dollari nella China Development Bank e di 45 miliardi di dollari nella Export-Import Bank of China. Queste iniezioni hanno lo scopo, spiega l’agenzia, di rafforzare il capitale di queste due istituzioni finanziarie (strutture di attuazione delle politiche pubbliche) e attraverso di loro sostenere l’attività economica.