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Sono nata in un quartiere tra i più periferici di Roma che agli inizi degli anni ’80 era il centro nevralgico non solo dello spaccio ma anche del consumo di droga. I ragazzi del muretto non erano le comitive di studenti con la chitarra in mano, ma gruppi di giovani che su quel muretto ci si bucavano. La droga del momento era l’eroina e si consumava in solitudine perché nell’eroina non c’era la ricerca collettiva dello sballo, ma la dipendenza di un singolo senza nessuna voglia di condivisione. Non c’erano discoteche nel mio quartiere, c’erano le pinete con le siringhe usate nascoste sotto gli aghi di pino o infilzate sui tronchi degli alberi, tanto da suscitare nei nostri genitori la raccomandazione “stai attenta a dove metti i piedi”. Il quartiere era suddiviso in “zone” e molti genitori sceglievano le scuole dei figli anche in base a questi criteri: preservare dalla droga fuori dai e distogliere con lo sport. Sport, scuola e famiglia contro la strada anzi, contro i ragazzi del muretto.

Lo stesso quartiere oggi è diventato paradossalmente il cuore della movida estiva dei romani e questo cambio di look ha ridefinito anche i luoghi dello spaccio e il tipo di droga da consumare, ma soprattutto ha ridisegnato il volto del consumatore, rendendolo indefinibile.

L’eroinomane, con il corpo segnato dai “buchi”, era ed è riconoscibile. È un povero disagiato, un derelitto che vive in solitudine, per non incontrarlo basta non frequentare certi postacci. Il giovane, magari studente e sportivo, che muore di ecstasy, potrebbe invece essere il figlio di chiunque, così come la ragazza che perde la vita per una pasticca letale in riva al mare, dopo una serata tra amici.

E così l’ansia dei genitori sale perché credono che il mondo dei figli sfugga d’un tratto al loro controllo, senza rendersi conto che probabilmente sotto il loro controllo non c’è mai stato. Quando a morire di droga è un ragazzo come tanti, “che poteva essere tuo figlio”, la società si spacca in due: da un lato c’è la politica, che corre ai ripari trincerandosi dietro le falle di un contesto familiare ritenuto assente (senza magari neanche conoscerlo), per poi trovare nella repressione e nel controllo le uniche risposte; dall’altro ci sono i genitori e a loro funzione educativa. La famiglia si sente messa sotto accusa e trova nelle discoteche e nella scuola che non svolge più il suo ruolo le cause principali del disagio giovanile. A perderci in questo tiro alla fune di responsabilità mancate sono i giovani.

Domandarsi di chi siano le responsabilità ha un senso solo se si parte da una visione senza ipocrisie e dal presupposto che le cause sono molteplici. In che modo? In primo luogo iniziando a parlare di dipendenze piuttosto che di droghe. Basta frequentare per un po’ i servizi sociali dei Comuni per capire che il vero problema non sono solo le droghe ma le dipendenze (in primo luogo quelle da video giochi e internet), che a cadere nella trappola sono i giovanissimi (a partire dalle elementari) e che nei piani sociali di zona i fondi da destinare al disagio giovanile sono sempre meno.

In secondo luogo andando oltre l’idea che l’unica risposta sia quella di avere “genitori più presenti”. Quello del contesto familiare assente e distratto è da sempre il grande tema, innegabile e cruciale, ma che fino ad oggi non ha portato a molto. Soprattutto non ha portato ad avere genitori più attenti. Ben vengano quindi i genitori responsabili ma meglio ancora sarebbe averli responsabilizzati. Responsabilizzati all’idea che la droga circola, direttamente o indirettamente, nella vita dei nostri figli, nessuno escluso. Allora ben vengano i controlli e i moniti, ma non basterà chiudere una discoteca o dire loro di tenersi alla larga da “certi postacci”. Questo perché la droga è a portata di tutti, anche nelle scuole migliori, anche nei quartiere “bene”. Il vero tema quindi non sono i posti da non frequentare, né il consumo di droga ma il cadere nelle dipendenze, che siano da sostanze o da gioco, in una discoteca o davanti a un computer dentro casa. Il vero tema è un’educazione responsabile, un approccio diretto e onesto che non serva solo ad allontanare i giovani dalla droga ma che porti i ragazzi stessi a un rifiuto consapevole.

Come scrive Laura Eduati sull’Huffington Post, in Gran Bretagna esiste addirittura un movimento di genitori che chiede al governo una svolta nella politica delle droghe. Il senso di fondo è che “il figlio di chiunque è potenzialmente esposto al consumo di droga” e se non è più efficace vietare ai giovani di assumere pasticche, allora è meglio insegnare loro a distinguere tra sostanze testate e prodotte in laboratorio e droghe letali del mercato nero, rendendoli al contempo consapevoli dei rischi che si corrono nell’assumere sostanze. L’onestà intellettuale dei genitori nel comprendere questo cambiamento è una sfida complessa, in primo luogo per noi stessi.