Egregio Salvatore Giuliano,

preside dell’Iti Majorana di Brindisi, una delle scuole più all’avanguardia in Italia (come in passato è capitato di scrivere anche a ilfattoquotidiano.it).

Nelle scorse ore in tanti ci siamo imbattuti nel video Rap Polimerico realizzato con i suoi studenti all’interno del progetto Chemical Minds di Eni Versalis, che a poche centinaia di metri in linea d’aria dal centro della sua, mia, nostra città ha uno dei più importanti stabilimenti in Italia.

Mi sorge spontanea una domanda: era giusto partecipare all’iniziativa che, di fatto, è uno ‘spot’ pro-Eni? Credo sia un interrogativo lecito che, immagino, si sia posto anche lei, poiché nel video compaiono ragazzi, suoi studenti, che vivono a Brindisi o comunque la frequentano per nove mesi all’anno.

Bene: conoscono quei ragazzi cosa ha rappresentato e in parte rappresenta il petrolchimico per la città di Brindisi? Occupazione, certo. Ma nel video i suoi studenti – che di tutto questo non sono certo i ‘colpevoli’, è bene specificarlo subito – dicono: “Brindisi, ecco il suo mare, ma c’è un’altra storia che vi voglio raccontare”. E spiegano quanto sia importante la plastica. Tutto vero: chi potrebbe farne a meno? C’è tuttavia “un’altra storia” ancora, che solo raramente appare sui giornali. Fa parte però della vita della città. Ed è importante conoscerla.

Sono certo che da questo momento in poi, se i suoi studenti leggeranno quanto mi appresto a scrivere, non faranno altro che scorrere righe a loro già note perché informati prima di realizzare il video.

A causa delle frequenti sfiammate nel corso del ciclo produttivo, nell’ottobre 2010 la procura di Brindisi ordinò il sequestro delle torce dell’impianto della Polimeri Europa (oggi si chiama Eni Versalis, ha solo cambiato nome) perché queste non si attivavano solo in caso di emergenza, come previsto, ma funzionavano come veri e propri “termodistruttori di reflui industriali”. I quattro dirigenti indagati chiusero la faccenda con un’oblazione da 116mila euro. L’Arpa Puglia, in un rapporto di 17 pagine, evidenziò l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti.

La richiesta di oblazione venne accettata dal giudice poiché sull’impianto furono effettuati lavori di ammodernamento per 6 milioni di euro, al fine di ‘ambientalizzarlo’. Nonostante questo, dopo cinque anni e altri lavori di ammodernamento, un recente rapporto di Arpa Puglia – del quale ilfattoquotidiano.it ha scritto nelle scorse settimane – ha riscontrato picchi di valori di benzene nell’aria durante l’accensione delle torce. “Possono esserci situazioni di rischio alle quali può essere esposta la popolazione nei casi in cui la media del benzene in aria nelle 8 ore superi i 3 microgrammi. Ciò si è verificato in sei casi con valori superiori e in quattro casi con valore pari a 3. Sono stati registrati 5 valori orari superiori alla soglia di 27 microgrammi per metro cubo”, scrive Arpa Puglia riferendosi a un periodo di campionamenti dell’aria nel corso di questa estate. È stato raggiunto un picco di 63,8 microgrammi la notte del 15 giugno 2015. Non esistono limiti di legge per le emissioni nel breve periodo ma, secondo gli studi più restrittivi citati dall’Arpa, parliamo di quasi tre volte in più di quanto potrebbe bastare a provocare effetti acuti a breve termine sulla salute della popolazione.

Durante la sfiammata del 2 luglio 2015 non sarebbe stata ottemperata la prescrizione n.13 dell’Autorizzazione integrata ambientale che prevede l’uso delle torce “senza generare emissioni visibili (fumo), indice di elevato contenuto di particolato, mediante l’uso di vapore, ovvero nelle migliori condizioni smokeless consentite dalla tecnologia”. E invece sottolineano i tecnici dell’Arpa Puglia “l’evento si è sviluppato con significativa presenza di emissione di fumo nero” visibile fino a venti chilometri di distanza. Con una seconda nota, inoltre, l’Arpa ha portato Ministero e sindaco a conoscenza di un’altra presunta violazione dell’Aia, il 27 giugno, per il superamento dei limiti nelle emissioni di composti organici volatili.

Nel video si parla del “nostro mare” e di “un’altra storia da raccontare”. Questa è un po’ datata, ma ancora viva. Punta del Serrone, che avete scelto come location, è certamente un posto molto caratteristico della costa brindisina. Poco più a sud esiste però un’altra “spiaggia”. È una lingua di terra stretta tra il petrolchimico e il Parco regionale Saline di Punta della Contessa. Si chiama Micorosa. Ilfattoquotidiano.it, non per pignoleria né per ambientalismo radicale, si è occupato anche di quella discarica a cielo aperto. Il motivo è molto semplice: nell’area di 44 ettari, per trenta anni, a cinquanta metri da un (ex) splendido tratto di costa, sono state interrate le scorie di produzione di chi, prima di Eni Versalis, gestiva il petrolchimico. Un milione e mezzo di metri cubi di rifiuti tossici. Quella zona è off limits, avvelenata. Non so se lei ci è mai stato o se ha portato lì i suoi ragazzi. A me è capitato di calpestare quei terreni, ancora oggi facilmente raggiungibili. Quel posto è una ferita aperta, uno sfregio a Brindisi. Un paesaggio lunare, dove la terra non riesce più a produrre un filo d’erba. Che, presto, pare, verrà finalmente bonificato riportando i valori dei veleni sotto i limiti di legge (attualmente siamo circa 4 milioni di volte oltre. Non è un lapsus: 4 milioni). Il tutto avverrà in parte grazie a finanziamenti statali: 28 milioni di euro, grazie a una gara vinta con un ribasso del 74%. Il risanamento di un ambiente gravemente deturpato da un’azienda privata verrà pagato anche con i nostri soldi.

Nel corso degli scorsi decenni, decine e decine di operai di quell’impianto, allora gestito dalla Montecatini e poi dalla Montedison, sono morti di cancro. Un conto che, probabilmente, non ha ancora avuto fine. Un caso? La magistratura brindisina decise di indagare alla fine degli anni Novanta, ma si fermò perché l’unica malattia scientificamente riconducibile al contatto con il cloruro di vinile monomero, presente in grandi quantità durante la produzione della plastica, è l’angiosarcoma epatico. Si tratta di un raro tumore del fegato. A Brindisi, stando a referti e indagini, nessun operaio aveva contratto quel tipo di cancro. Ma, come due anni fa mi raccontò il primario del reparto di radioterapia dell’ospedale di Brindisi, Maurizio Portaluri, “è possibile che ciò sia riconducibile a diagnosi che all’epoca erano molto meno precise”.

A Venezia, nell’impianto gemello di Porto Marghera, venne rintracciato un caso (riesumando le salme dei deceduti) e i dirigenti vennero condannati. Nella nostra città a un processo, quindi, non si è mai arrivati. Come e perché, lo ha ben spiegato un’inchiesta de La Repubblica di tre anni fa. Esistono tuttavia numerose testimonianze che, forse, i suoi studenti avranno letto e ascoltato. Dal recente libro Plastica – Storia di Donato Chirico, operaio petrolchimico, agli stralci di una vecchia puntata della trasmissione Il Raggio Verde di Michele Santoro facilmente rintracciabili su Youtube (video 1video 2video3). Sono le parole di mogli vedove e figli orfani. Nostri concittadini.

La scuola è luogo in cui si forma la coscienza attraverso la conoscenza di problemi complessi, che spetta ai docenti spiegare nella maniera più completa e chiara possibile. Sono certo che questo avvenga regolarmente – e con un metodo innovativo e valido – all’interno del Majorana. Mi auguro allo stesso tempo che sia accaduto anche prima di realizzare il video Rap Polimerico – Chemical Minds. E che quindi i ragazzi vi abbiano preso parte essendo a conoscenza di un numero di storie sufficienti a farsi un’idea il più chiara possibile del complesso e a volte doloroso rapporto tra la loro città e il petrolchimico. Nel caso fosse stato così, da buon preside, concorderà che questo ripasso (lungo e tuttavia incompleto) delle ‘altre storie da raccontare’ sarà stato ugualmente utile.

Con sincera stima