Il titolo potrebbe essere “Infradito e civiltà”. Sarà troppo scomodare Marcuse? Forse no se, pur parlando di facezie, si auspica una società liberata, precisamente dalla bruttezza.
La settimana scorsa Andrea Scanzi – firma di questo giornale e amico di chi scrive (circostanza di cui è bene informare solo per chiarire la natura pacifica delle righe che state per leggere) – ci ha intrattenuto con una brillante requisitoria contro l’infradito. Calzatura che nelle ultime settimane è nell’occhio del ciclone per essere stata bandita dagli uffici della Barkleys e, alle nostre latitudini, anche dai tribunali di Belluno e Ischia. Chiarito questo, bisognerà anche spiegare che l’intento del pezzullo era, palesemente, ioci e non docendi causa: va detto perché s’odono reprimende sul sessismo e allarmi d’improvvisati podologi sulle questioni posturali. E poi: è agosto anche nelle redazioni dCcei quotidiani, perfino in quelle di giornali che provano a non abbassare mai la guardia sulle emergenze. Risolte le questioni pregiudiziali, veniamo al sodo. (In punta di piedi, s’intende).La tesi è nota, anche perché l’autore dell’articolo l’ha più volte ribadita. Basta calzature grossier, piedi nudi non curati. Basta allo strazio di quello sciabattare che risuona tanto frequentemente nell’aere a tormentare i già tormentati maschi nostrani. La bellezza – scrive Scanzi – “era e resta femmina”. E di questo non possiamo che essergli grate. Ma c’è, naturalmente, un ma. Che non riguarda l’ineleganza delle infradito. Anche se pure qui bisognerebbe fare dei distinguo: c’è infradito e infradito e infradito.

C’è quella di plastica o di gomma, c’è quella dell’artigiano caprese che te la fa su misura e di solito è tutt’altro che volgare. Vero che la morfologia del piede in sé ha una non trascurabile importanza: non tutti si possono mostrare senza accorgimenti. Ed è vero che se prestiamo attenzione a come nascondere con l’abbigliamento molti difetti fisici, il piede gode di una specie di immunità diplomatica. Giustificata dalle condizioni atmosferiche, dal clima vacanziero anche quando in vacanza non ci stai, dal fraintendimento della parola “casual”. Che troppo spesso viene interpretata come un lasciapassare per ogni sorta di sciatteria.

Bisogna però chiarire che l’antidoto all’infradito-killer dei sensi non sono i “tacchi per tutte”. Anche il dress-code “a spillo” può essere inopportuno. Come il trucco pesante di mattina o certi lolitismi delle signore più âgée. Non è vero che i tacchi stanno bene a tutte, sempre e comunque. E nemmeno che le scarpe basse sono “i più grandi anti-concenzionali mai concepiti”, nonostante il divertente gioco di parole sul concepimento. Dipende: dall’abito, dal portamento, dall’occasione. E non si può sostenere che certi, vertiginosi, plateau siano particolarmente chic. O femminili, perché è la femminilità smarrita delle donne la chiave di tutto. Però non c’è una ricetta per la classe: a ciascun il suo. Anche se è indubbio: la bellezza è soggettiva e la bruttezza lo è molto meno. Quel che ci manca, caro Andrea, è l’educazione al buon gusto, allo stile, al fascino.