Tempo, progettualità, didattica. E la performance prima del risultato sportivo. Chi cerca il segreto dello storico oro mondiale del volley under 18 femminile non deve andare troppo lontano. Basta fermarsi a Milano, centro sportivo Pavesi: una palestra e un collegiale permanente dove si sono allenate lo scorso anno 5 delle 12 atlete che in Perù hanno sollevato la coppa più importante. L’idea è di uno dei maestri della pallavolo mondiale, Julio Velasco: nel 1996 si inventa un raduno che diventa una scuola per giovani talenti di domani. E il successo lo si vede nel giro di poco: investire sul tempo e sulla qualità, ignorare le vittorie (almeno quelle di breve periodo) e mettere carne sul fuoco. Da lì passano i nomi che conteranno: di recente l’azzurra Valentina Diouf, poi le campionesse d’Italia Marika Bianchini e Serena Ortolani, prima ancora le colonne della nazionale Nadia Centoni, Francesca Ferretti, Valentina Arrighetti e Antonella Del Core. Ma sono solo alcuni dei nomi di una lunga lista.

Mentre in altri sport alcuni progetti embrionali per far crescere le eccellenze – quando presi in considerazione – sono durati poco, la pallavolo ha trovato la sua chiave di volta alla fine degli anni ’90 con la nascita del Club Italia. E’ una vera e propria società della Federvolley iscritta di volta in volta al campionato ritenuto più idoneo per le ragazze selezionate, la crème del movimento. L’oro mondiale conquistato dall’under 18 perdondo due soli set in tutta la competizione ora, certifica la bontà della visione, in cui la federazione non ha smesso di credere raddoppiando otto anni fa con la sezione maschile. Non è un caso che tra le dodici ragazze appena diventate campionesse del mondo under 18 sotto la guida di Marco Mencarelli, coach dello stesso Club Italia, ci siano cinque ragazze appartenenti alla squadra federale. Egonu, Orro, Botezat, Piani e Zannoni si stanno svezzando nell’incubatrice del volley azzurro, che è pronta al primo campionato di A/1 con Marco Bonitta in panchina. Mencarelli lascerà l’incarico per allenare la Unendo Busto dopo l’ottima (“sorprendente”, la definisce lui) stagione di A/2 chiusa con il raggiungimento dei playoff promozione.

“L’esperienza del Club Italia ha un valore decisamente importante per molte giocatrici che necessitano di crescere. Alcune fasi non possono essere pervase da troppo agonismo, sia mediatico che mentale”, spiega Mencarelli al ilfattoquotidiano.it poche ore dopo il primo trionfo mondiale. “È un momento didattico. Grazie alla squadra federale sono state recuperate giocatrici fisicamente perfette ma magari alla ricerca di un ruolo preciso o arrivate tardi alla pallavolo. Tutto ciò è difficile da trovare in una società perché c’è l’esigenza di raggiungere risultati di squadra che tendono fatalmente a penalizzare alcune ragazze. Da noi, invece, si raggiunge un livello internazionale in età giovanile e senza il peso del risultato. Non abbiamo fretta”. Un concetto, la fretta, che cozza con le esigenze delle adolescenti rischiando di bruciarle. “A livello giovanile serve tempo per compensare la naturale instabilità dell’età. Invece all’esterno si corre troppo e le ansie si riflettono nel rapporto di squadra e possono incidere sul rendimento delle atlete – continua Mencarelli – Non è retorica, ma c’entrano, in alcuni casi, anche le famiglie. Pensare di avere un campioncino in casa rischia di diventare una forzatura per la testa e le motivazioni di un prospetto”.

Il Club Italia è diventato invece l’anello di congiunzione tra la carota e il bastone. Chi viene scelto vive a Milano, frequenta la scuola pubblica al mattino e divide il pomeriggio tra studio e allenamento. Poi, nel weekend, si gioca. “Cerchiamo di dare tutto ciò che serve dal punto di vista fisico, mentale e tecnico senza trascurare l’esperienza agonistica, scremata dal peso del risultato a ogni costo che inevitabilmente si riflette in maniera condizionante sul rendimento”. I risultati danno ragione alla Federvolley, eppure altri sport di squadra non sembrano voler replicare l’esperienza portata avanti dalla pallavolo nel centro tecnico federale Pavesi. “La nostra è un’esperienza esportabile? Bisogna capire quali tempi intercorrono tra la partenza del progetto e i primi risultati concreti – argomenta Mencarelli – Ritorno sul concetto: lo sport italiano corre, ha fretta. Il tempo oggi è un elemento che condiziona la progettualità”.

Eppure nonostante i risultati delle ragazze – già argento a livello cadette nel 2003 e tre bronzo volte bronzo tra il ’95 e il ‘05 – e la corsa finora perfetta dell’Under 19 maschile nel mondiale di categoria (tre vittorie su tre), anche la Fipav è alle prese con continue contestazioni per un movimento in difficoltà e in penombra sotto il profilo mediatico: “L’ambiente critica gli aspetti promozionali, la federazione è inattaccabile sotto il profilo dei risultati. Siamo un paese composto da 60 milioni di allenatori che hanno bisogno di dire la loro. Alla fine è anche un po’ la nostra forza: dal contraddittorio indotto vengono fuori allenatori qualificati per davvero”, scherza ma non troppo Mencarelli, 52 anni, umbro, una sfilza di vittorie e ottimi risultati con la nazionale maggiore e le giovanili. Atterrato in Italia, svuoterà il suo armadietto del centro federale. Ma la bacheca della nazionale, confida, continuerà a riempirsi: “Poche chiacchiere, la pallavolo femminile è un movimento in crescita”.