Matteo Renzi all'università di Tel Aviv

Se il gioco dell’estate – tra l’ucronia e l’auspicio/profezia che pretende di auto-avverarsi – è “l’indovinala grillo” del dopo Matteo Renzi, si rende subito necessario prefigurare una partita su due tavoli alternativi; strettamente dipendenti dal tipo di regole elettorali con cui si andrà a giocare il confronto. Ossia, distinguendo se l’Italicum manterrà l’attuale premio di maggioranza riservato al partito, con ballottaggio tra i primi due soggetti più votati non essendosi raggiunta da nessun contendente quota 40%; oppure il giovane premier sotto assedio, alla ricerca di un consenso irrinunciabile per aggirare le trappole in Senato, cederà alle insistenze berlusconiane accondiscendendo a ritarare la norma sulle coalizioni.

Due contesti alternativi, in cui si determina il ruolo che può giocare o meno il soggetto attualmente dato dai sondaggi in seconda posizione in quanto a consensi elettorali: il Movimento Cinquestelle, che riprende a intercettare indignazione ma resta vincolato al suo netto rifiuto di qualsivoglia ipotesi di alleanza.

Infatti, se prevale il criterio coalizionale aumentano immediatamente le chances di quella Destra data per spacciata dopo le impallinature che parevano aver messo fuori gioco il suo capo/federatore Silvio Berlusconi: il vero “rieccolo” della politica italiana. E l’avvisaglia dell’ennesima resurrezione è stata fornita dalle ultime amministrative; nel Comune di Venezia e – soprattutto – in Regione Liguria.

Ossia, la strategia vincente ingloba la Lega di Matteo Salvini senza consentirgli di afferrare la leadership. Dunque, agganciando e valorizzando la crescita elettorale leghista, ottenuta con la trucida cavalcata di temi sciovinistico-razzisti, offrendogli un involucro perbenistico che rassicura i benpensanti; e – al tempo stesso – consente di incassare vantaggi di potere come coinvolgimento nella spartizione dei posti negli organigrammi. Matteo Salvini, vero politicante di stampo padano bertoldesco “scarpe grosse e cervello fino”, sa benissimo che con il 15% dei consensi ha raggiunto il proprio tetto. Dunque molto meglio monetizzare tale peso in partenariato con chi detiene più di lui posizionamenti funzionali alle combinazioni aggregative vincenti. Operazioni che richiedono la messa in campo di personaggi che impersonifichino la “forza tranquilla” di un “berlusconismo dal volto umano”. E il gregario banalotto Giovanni Toti incarna perfettamente la tipologia richiesta.

Insomma, i ruggiti salviniani fanno rimbombare la scena politica ma tutto lascia pensare che, fatto il lavoro sporco, altri sono destinati a essere protagonisti di quanto va sperimentandosi nei laboratori periferici. Nel restyling di una Destra che esce ancora una volta dal sacello; dopo il tentativo renziano di inglobarne l’elettorato nel confuso Partito della Nazione, crocifisso a morte dalle repliche impietose di una realtà che le chiacchiere del premier non sono valse a miracolare. Riposi in pace. Nonostante le preci delle nuove “tre Marie” (Serracchiani, Boschi e Madia).

Invece, se saranno le singole formazioni a contrapporsi, crescono le opportunità pentastellari di andare a ballottaggio. Certamente un risultato lusinghiero per i diretti interessati, ma che risulterebbe di nessuna importanza sostanziale (per l’auspicato salto di qualità politica) se non si accompagnasse a un’effettiva volontà di assumere la guida del Paese. Cioè diventare classe dirigente sul serio.

Un guado da attraversare nel passaggio dalla prima alla seconda generazione del M5s, che comporta non soltanto un ricambio di personale ma anche la liberazione da taluni vincoli mentali che rendono problematico tanto vincere come poi essere all’altezza del terribile compito che ne consegue. Dunque, rassicurare e progettare.

Appurato che il dramma italiano non ha certo urgenza di un ricambio purchessia.

Difatti, come hanno dimostrato le elezioni europee del 2014, i toni truculenti per vellicare la base più fidelizzata terrorizzano il voto d’opinione, impedendo allargamenti nel bacino di consensi. Le semplificazioni da show diventano elusive a fronte della complessità dei problemi. E non si risolvono con un click nel Web. Come conferma un testimone autorevole quale Juan Carlos Monedero, già numero due di Podemos, che nel suo recente Corso urgente di politica per gente decente (Feltrinelli, 2015) ironizza su quanti “credono che il click-attivismo in rete sia il trionfo della nuova agorà democratica”.