Decapitati e crocifissi 12 combattenti in Libia. Per l’Isis erano colpevoli di lottare nelle fila delle milizie salafite libiche, che sono impegnate a cacciare i jihadisti da Sirte. A riportare la notizia, come riferisce Le Parisien, è stata l’agenzia libica Lana. Da una settimana, dopo l’uccisione da parte dello Stato islamico del leader salafita Khaled Ben Rjab, si combatte a Sirte, città che diede i natali a Muammar Gheddafi, conquistata dallo Stato Islamico fin dallo scorso febbraio. Dopo gli scontri scoppiati nel Golfo tra jihadisti e fazioni salafite – appoggiate da molti civili – i miliziani di Isis avevano sferrato un attacco a colpi di artiglieria contro un sobborgo del centro della Libia settentrionale, in cui, secondo alcuni testimoni, sono morti 30 civili. Secondo la Associated Press, da lunedì i morti nei combattimenti sono stati almeno 46. A cui si devono aggiungere 22 pazienti, vittime di una strage sempre per mano dei jihadisti nell’ospedale della città natale del colonnello Gheddafi.

Il premier libico Abdullah Al-Thinni accusa la comunità internazionale di ignorare le violenze e le uccisioni perpetrate dal sedicente Stato islamico a Sirte. E di tradire così la Libia. Attraverso la pagina Facebook del governo di Tobruk, il primo ministro accusa lo Stato islamico di “genocidio“, criticando l’embargo che il consiglio di sicurezza dell’Onu ha imposto sull’ingresso di armi in Libia. Secondo le fonti locali, la zona di Sirte sarebbe interamente sotto il controllo dell’Isis. Fonti locali, riportate dal Libya Herald, scrivono di oltre 100 morti: uccisioni di civili, devastazioni, processi sommari. E aggiungono che Ibrahim Dabbashi, l’ambasciatore libico presso le Nazioni Unite, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di reagire contro i “crimini senza precedenti” ad opera dei jihadisti a Sirte.