Lo Stato Islamico espande la propria capacità operativa in Egitto e lo fa spingendosi per la seconda volta in un mese fino al Cairo. La decapitazione di Tomislav Salopek, l’ostaggio croato rapito il 22 luglio proprio nell’area della capitale, secondo quanto dichiarava il 30enne nel video diffuso il 5 agosto dal gruppo terroristico Wilayat al-Sinai (il nuovo nome del gruppo Ansar Bayt al-Maqdis da quando ha giurato fedeltà all’Is), è già la seconda prova di forza messa a segno in un mese da Isis nei pressi della capitale egiziana dopo la bomba al consolato italiano. Un doppio colpo della cellula terroristica legata al Califfato che apre un nuovo scenario nel Paese: gli attacchi dello Stato Islamico non si limitano più alla sola Penisola del Sinai, in gran parte in mano a milizie jihadiste legate a varie organizzazioni, ma si spingono fino nel cuore dello Stato.

Il rapimento del 30enne croato, dipendente della Cgg, compagnia francese che effettua studi sul territorio per le multinazionali tra cui alcune aziende petrolifere, può essere visto come un affronto alla politica del pugno duro messa in atto dal presidente Abd al-Fattah al-Sisi nei confronti delle organizzazioni islamiste considerate “radicali”. Anche la scelta di pubblicare il video il 5 agosto, un giorno prima della grande festa per l’annuncio della conclusione dei lavori per l’allargamento del Canale di Suez, sembra voler attirare l’attenzione dei media e macchiare quella che per il presidente egiziano doveva essere una giornata trionfale.

I numerosi arresti e le condanne a morte emesse nei confronti di esponenti di gruppi terroristici hanno provocato una iniziale movimento centrifugo degli esponenti dei movimenti più radicali, che hanno trovato il supporto dei gruppi estremisti operanti nella Penisola del Sinai. Quest’area del Paese, da anni in mano a gruppi legati ad Al Qaeda e oggi anche a organizzazioni fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi, è da anni teatro di duri attacchi da parte di movimenti islamisti contro rappresentanti delle istituzioni o dell’esercito egiziani. Una scia di sangue che si è allungata anche sull’anno in corso: il 29 gennaio, un gruppo di miliziani jihadisti aveva attaccato degli edifici governativi nella parte settentrionale della Penisola, uccidendo sei militari e ferendo trenta persone. A luglio, sempre miliziani di Wilayat al-Sinai avevano attaccato e conquistato una centrale di polizia di Sheikh Zuweid, uccidendo circa 50 militari.

La situazione nel Sinai è critica da anni, ma fino a un mese fa il presidente al-Sisi non si era mai dovuto occupare di un’emergenza legata ad attentati dello Stato Islamico nella capitale. Le cose sono iniziate a cambiare a fine giugno, quando una cellula terroristica collegata al gruppo dei Fratelli Musulmani ha sferrato un attacco bomba contro il convoglio che trasportava il procuratore generale egiziano, Hisham Barakat, rimasto ucciso nell’attentato.

La firma degli uomini fedeli ad al-Baghdadi al di fuori del Sinai arriverà solo 12 giorni dopo, quando un’autobomba venne fatta esplodere di fronte al consolato italiano al Cairo, provocando un morto e 10 feriti. L’annuncio dell’uccisione di Salopek, a un mese di distanza, cambia la prospettiva di al-Sisi in tema di antiterrorismo. Se a febbraio la preoccupazione del presidente egiziano era quella di proteggere i confini del Paese da possibili infiltrazioni terroristiche, arrivando a bombardare postazioni di Isis in Libia, oggi il generale deve affrontare l’emergenza nel cuore dell’Egitto.

Twitter: @GianniRosini