“Mio dolce amore, vengo a scriverti questa letterina per dirti che ti amo”. Dimenticate gli sms, le mail, le scritte sui muri dei palazzi. C’è stato un tempo – nemmeno troppo lontano -, in cui per comunicare esistevano solo carta e penna. E a quel foglio bianco migliaia di persone affidavano i loro pensieri e le loro nostalgie, sperando che arrivasse a destinazione senza troppi intoppi. Già, perché nell’era pre-notifiche bisognava attendere settimane, se non mesi per avere una risposta. Oggi, però, quelle lettere rappresentano un patrimonio culturale che tiene viva la memoria del nostro Paese.

Nel suo piccolo, Mariangela Capossela, sorella di Vinicio, sta provando a mettere insieme le testimonianze scritte della migrazione dell’Irpinia. E lo fa con il progetto “Archivio Epistolare Sposi Migranti”, presentato durante lo Sponz Fest 2014, il festival ideato da Vinicio Capossela, che si tiene ogni anno nelle terre dell’Irpinia (quest’anno dal 24 al 30 agosto) e che è dedicato agli antichi riti dello sposalizio. “Già durante la prima edizione (2013, ndr) avevamo pensato a un’iniziativa legata alle tradizioni familiari”, racconta Mariangela a FQ Magazine. “Subito mi sono venute in mente le cartoline che mio papà aveva confezionato dopo aver lasciato l’Irpinia per spostarsi in Germania – continua -, così ho pensato di dar vita a un progetto legato a questo aspetto della lontananza tra innamorati”. Dalla fine dell’Ottocento, infatti, questa terra è stata protagonista di un flusso migratorio inarrestabile, poi diventato ancora più forte dopo il terremoto del 1980. “Ancora oggi continua lo spopolamento – sottolinea -, e le ragioni sono puramente economiche”.

Negli anni del dopoguerra le coppie erano dunque costrette a separarsi: gli uomini tentavano la fortuna altrove, in Germania, in Svizzera o nel nord Italia. E a quel tempo per tenere vivo l’amore si potevano usare soltanto carta e penna: “Per noi scrivere è un gesto naturale – ricorda -, ma cinquant’anni fa aveva il sapore della ritualità”. La fatica del lavoro e poi la consolazione delle parole: “Dobbiamo tenere a mente che si trattava di persone di origini umilissime, che al massimo avevano alle spalle qualche anno di scuola elementare – sottolinea -, eppure, quando leggi queste lettere, ti rendi conto che c’è quasi un lavoro di aratura della carta”. A questo si aggiunge la questione della lingua: “Questi uomini e queste donne parlavano quasi esclusivamente in dialetto, ma per la stesura delle lettere s’impegnavano a trovare le parole giuste in italiano”. Un rito, quello della scrittura, che permetteva di mettere da parte per un po’ la durezza del lavoro fisico: “In quel momento le mani servivano solo per scrivere e non per lavorare nei campi”, spiega Mariangela. Si scriveva per cacciar via la solitudine, per tenere vivo un amore, ma anche per sentire ancora quel senso di comunità lasciato a centinaia di chilometri di distanza: “Nelle lettere tutti chiedono o danno notizie degli altri familiari – racconta -, era un modo per ricongiungersi con la propria terra”. “Carissimi genitori, vi scrivo queste due righe per farvi sapere che stiamo bene, così come speriamo anche voi”, si legge in uno degli scambi epistolari raccolti per il progetto.

Intanto l’“Archivio Epistolare Sposi Migranti” va avanti nel suo lavoro di ricerca dei documenti: “Stiamo andando nelle scuole dell’Irpinia per raccontare il nostro progetto e per far sì che i ragazzi partecipino e si mettano alla ricerca delle lettere dei loro nonni e dei loro bisnonni”, spiega. Al momento non sono ancora arrivati finanziamenti a sostegno dell’iniziativa, ma il progetto prosegue, anche grazie all’aiuto di alcuni docenti e storici: “Le lettere che raccogliamo vengono scansionate e archiviate – racconta – e sono messe a disposizione di un pubblico scientifico e di uno più tradizionale”. Il sogno di Mariangela, però, ha a che vedere con la cultura: “Mi piacerebbe farne uno spettacolo teatrale, coinvolgendo anche gli artisti che hanno partecipato e partecipano allo Sponz Fest”, ammette. Per ora il primo obiettivo resta quello di tenere viva la memoria: “I più giovani spesso non hanno idea delle storie di questa migrazione – spiega -, per questo è importante colmare questo vuoto e riempirlo di una storia nuova”. Una storia scritta a penna.