Arriva a Palermo la nave Urania con piu' di 500 immigrati

Between the devil and the deep blue sea, il titolo di un brano degli anni ’30 rivisitato nel tempo da molti musicisti, è un’espressione marinara di incerta origine apparsa per la prima volta in un testo inglese del Seicento, divenuta poi di uso comune per descrivere la difficile scelta tra situazioni entrambe pericolose.

Nel dilemma fra il diavolo e il profondo mare blu, per sfuggire alla fame e alle persecuzioni i profughi africani lasciano la propria terra per affidare se stessi e i propri figli al destino incerto. La traversata in mare dalla Libia costa dai 1200 ai 1800 dollari (giubbotti di salvataggio esclusi, come hanno raccontato i profughi ai soccorritori di Amnesty International), dopo difficili trasferimenti a terra e violenze di ogni tipo perpetrate nell’attesa dell’imbarco, che si prolungano poi durante la navigazione.

Chi parte sa che non sempre si giunge a destinazione: la stima è approssimativa, ma l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni indica in oltre 2.000 i dispersi nel corso di quest’anno, 3.279 alla fine del 2014, mentre uno studio dell’Università di Amsterdam ha accertato 3.188 vittime nel sud Europa tra il 1990 e il 2013: si tratta di cifre tutte calcolate per difetto.
Anche la quantità dei soccorsi si è moltiplicata: sempre l’Oim afferma che sono più di 188 mila i migranti salvati fino ad oggi nel Canale di Sicilia e prevede che sarà raggiunta molto presto la soglia dei 200 mila.

Si tratta di un intervento senza precedenti per generosità ed efficacia, nonostante la solitaria (e spericolata) fuga in avanti di “Mare Nostrum” e i gravi tentennamenti dell’Unione Europea.
Il numero in crescita dei dispersi in mare dimostra comunque che il dispositivo dei soccorsi – già oggi molto costoso – è inadeguato alla gravità dell’emergenza, e tale probabilmente resterebbe anche con l’impiego di ulteriori navi militari degli Stati europei. Non basta, ad esempio, il continuo ricorso della Guardia Costiera alle navi mercantili di passaggio per interventi soprattutto sul versante libico, dove si registra il maggior numero delle perdite.

In questi giorni tutti i cuori a forma di salvadanaio hanno salutato con entusiasmo il raddoppio del Canale di Suez, eseguito in poco meno di un anno con una spesa di circa 8 miliardi di dollari. Secondo le previsioni, al netto dei vantaggi auspicati dalle autorità egiziane per l’uso della nuova infrastruttura, aumenterà velocemente la movimentazione delle merci e ne diminuirà il costo. A partire da queste previsioni, Federico Rampini su Repubblica ha parlato di una imminente nuova gara commerciale fra Suez e Panama, con l’apertura di ulteriori passaggi via mare.

Mentre dunque i Canali marittimi velocizzano il trasferimento delle merci e vengono eliminati i tempi per le formalità di ingresso al porto con la estensione del concetto di rada al mare aperto al di qua degli Stretti, nulla si fa per l’apertura di ben meno costosi canali umanitari controllati dall’Onu per il transito delle persone in sicurezza e fuori dalla mafia degli schiavisti, a Zuwarah come a Calais.

Si alza così continuamente il costo di vite umane provocato dall’emergenza profughi, ma diventa anche più difficile qualunque percorso di razionalizzazione dell’accoglienza, il cui sistema è di volta in volta messo a dura prova dalla imprevedibilità degli arrivi e della loro consistenza. Le risposte empiriche dettate dall’urgenza aprono la strada non soltanto alla malavita organizzata (caporalato, mafia degli appalti) ma anche a un sempre più diffuso allarme dell’opinione pubblica. In Italia, dove quest’ultimo ha raggiunto ormai livelli di guardia, non basta più ripetere che la presenza di immigrati è da noi inferiore che in Germania, in Francia, in Svezia e in Regno Unito.

Giorni fa, Claudio Giua su L’Huffington Post con statistiche e argomenti ha affermato che “gli italiani non sono affatto brava gente anzi, sono i più razzisti del continente”. Che sia indice di razzismo o meno, il senso di incertezza che caratterizza l’attuale momento di crisi economica certamente consente la facile diffusione di parole d’ordine ed espressioni della più accesa cultura sciovinista. Il tema dell’ordine pubblico è giustamente fra i più avvertiti. In attesa che un deciso intervento internazionale ponga fine alla strage in corso nel Mediterraneo, è necessario che si agisca con energia per evitare che intere aree urbane vengano occupate e controllate dalla malavita straniera. Sono le stesse zone, spesso (si pensi a certe vie di Genova, di Palermo o di Napoli) dove la polizia già prima faticava a intervenire: è tempo ormai che succeda.