Con l’esperienza del cronista politico che viene dal secolo scorso, posso dire di non aver mai raccontato una scissione che sia finita bene per coloro che se ne andavano. Tralasciamo il Lasciami ma di baci straziami di socialisti e socialdemocratici che si unificavano per poi dividersi meglio. Oppure l’ammutinamento alla Vogliamo i colonnelli dell’ammiraglio Birindelli.

Che abbandonò Almirante per poi farsi fregare Democrazia nazionale da quei volponi della Dc. Fatto sta che gli unici fuoriusciti sopravvissuti a uno strappo furono, a metà degli anni 60, quelli del Psiup. Erano chiamati “carristi” perché facevano il tifo per i carri armati del Patto di Varsavia e consideravano il Pci, figuriamoci, troppo morbido nei confronti degli insorti di Praga.

Arrivarono a raccogliere nel ’68 quasi un milione e mezzo di voti per poi frantumarsi in successivi microcosmi e scomparire nel nulla. Ecco, se penso alla sinistra Pd che lascia Matteo Renzi, rivedo le tristissime Tribune politiche con Lelio Basso e Tullio Vecchietti (al di là delle idee cingolate, garbate persone che non avrebbero fatto male a una mosca) sommerse di sbadigli e irrilevanza.

Naturalmente, si tratta di situazioni lontanissime con l’oggi e non solo storicamente, ma nel dire a Cuperlo, D’Attorre, Gotor e compagnia cantante, per carità non fatelo, non muovetevi, restate dove siete, mi arrogo un diritto che nessuno mi ha dato, ma che fa parte dell’umana solidarietà: impedire a qualcuno di farsi del male.

Attenzione, comprendo il disagio di chi è costretto quotidianamente a subire l’arroganza del giovanotto venuto da Rignano sull’Arno e della sua corte ridens e capisco che a un certo punto mandarli tutti quanti a quel paese sbattendogli la porta in faccia sia un gesto liberatorio prima che politico. Ma poi? Considero Stefano Fassina un economista tra i più preparati (lo feci scrivere sull’Unità reduce dalla sua esperienza al Fondo Monetario) e Pippo Civati, uno dei pochi che, in un mondo di opportunisti scatenati, abbia saputo anteporre la propria coerenza al proprio interesse.

Sono convinto che impiegheranno ogni loro energia per dare forma a un nuovo soggetto (parola, lo confesso, che mi dà l’orticaria) che cerchi di mettere insieme i vari spezzoni dispersi della sinistra: da Sel alla lista Tsipras alla Coalizione sociale di Landini. Ma sono sicuri che sarà così facile marciare tutti quanti insieme riscaldati dal sol dell’avvenire? E chi l’ha detto che le normali dinamiche della politica (rivalità, competizioni, differenze programmatiche) risparmieranno miracolosamente quest’Arca dell’alleanza? E poi per spartirsi quanto: il cinque, l’otto, il dieci per cento?

Caro Cuperlo, scusa la banalità dell’argomentazione, ma voi bistrattati, ignorati, umiliati quanto si vuole, giocate nel e per il Pd che è il partito più forte. Sarebbe come lasciare la Juventus per finire, con tutto il rispetto, nel Latina o nel Crotone (per me romanista l’analogia Juve-Pd non è casuale). Contate ancora qualcosa perché rappresentate l’opposizione di sua maestà e per questo ancora vi chiamano nei talk show (ancora per poco, temo, in quelli Rai). E a chi di voi risponde: se restiamo impantanati qua dentro, Renzi ci assorbirà o ci ucciderà uno dopo l’altro come i dieci piccoli indiani, e i sopravvissuti non saranno più candidati.

E allora voi, cribbio, reagite, battetevi, piantatela col solito piagnisteo, alzate la voce, fatevi capire dalla gente e ’sto Vietnam sulla riforma porcata del Senato fatelo sul serio.

Perché se come tante volte è già accaduto (sul Jobs act o sulla scuola) la vostra veemente protesta finirà per esaurirsi in qualche patetica uscita dall’aula per non votare contro il governo, allora avrà ragione Renzi a sfottervi e a dire che “tutto il resto è noia”. Cioè voi.

Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2015