Sembra Corleone degli anni ’50. E invece è la regione nord del Lazio, tra l’antica Viterbo e l’inizio della Maremma. Il piccolo comune di Farnese, poco più di 1600 abitanti, sembra precipitato nella Sicilia di 60 anni fa, dove i conflitti di terra si risolvevano a colpi di lupara. Da una parte un ex sindaco deciso a difendere gli usi civici, quel principio che rende una parte del territorio un bene comune, disponibile per tutti. Dall’altra una famiglia di sardi, i Pira, che erano pronti ad impossessarsi di alcuni terreni. Anche a costo di sparare.

Non è una storia minore quella di Farnese, che oggi è possibile raccontare nei dettagli grazie alle intercettazioni ambientali che hanno permesso ai carabinieri della compagnia di Tuscania, comandata dal maggiore Rajola Pescarini, arrivato un anno fa dal Noe di Roma, di arrestare Antonio Pira e i due figli Marco e Paolo, con l’accusa di minacce, danneggiamento, furto e porto d’armi. Dietro all’apparenza della lite di paese si nasconde la periferia estrema di Mafia capitale. E’ una questione di metodo: chi alza la testa, chi vuole far rispettare le regole rischia grosso.

Questa storia parte dalla battaglia di Dario Pomarè, settantatré anni, per dieci anni sindaco di Farnese. E un amore sconfinato per la sua terra. Fino al 2009 – quando passa il mandato all’opposizione del centrodestra – si era dato l’obiettivo di risolvere l’antica questione degli usi civici, ovvero di quei terreni del demanio che – qui come in tante parti d’Italia – erano occupati abusivamente da tempo immemorabile. “In pochissimi pagavano – racconta a ilfattoquotidiano.it – e anni fa il prefetto aveva chiesto di vigilare sui terreni. Ed è quello che ho fatto”. La famiglia Pira usava – e continua ad usare – 45 ettari sottratti alla collettività, e di pagare quanto dovuto al comune non ne voleva sapere. “Abbiamo trattato, avevamo deciso anche uno sconto rispetto al prezzo della perizia”, spiega Pomarè.

Poi c’è il cambio di giunta. La nuova amministrazione di centrodestra nel 2009 propone ai Pira di pagare tremila  euro ad ettaro. Una specie di regalo. Pomarè non si dà per vinto, da consigliere di minoranza inizia una battaglia dura, fatta di esposti e denunce. Nel 2014 riesce a far firmare una determinazione dagli uffici dipartimento istituzionale e territorio che hanno costretto l’amministrazione comunale ad adeguarsi ai provvedimenti che aveva deliberato quando era sindaco. La famiglia Pira a quel punto perde l’affare e deve rinunciare all’assegnazione di 30 ettari.
Iniziano gli atti intimidatori, uno stillicidio che poteva terminare con un vero e proprio omicidio. L’ex vicesindaco Ernesto Cattaneo denuncia l’incendio doloso di un magazzino e il taglio di molteplici alberi di olivo e vigne; dopo qualche giorno va a fuoco un altro magazzino agricolo, di proprietà della famiglia di un altro consigliere comunale. Poi, nel dicembre 2014, brucia un terzo magazzino. A Pomarè va molto peggio, gli uccidono i cani a bastonate, sgozzano le galline, abbattono alberi secolari. “Un vero disastro, ancora oggi quando vedo la mia terra devastata mi fermo e inizio a piangere”, racconta.

I carabinieri decidono di andare a fondo, chiedono alla Procura di Viterbo di attivare le intercettazioni telefoniche e ambientali. “Le denunce non si devono fare… le denunce rompono… le denunce fanno male a tutti”, spiega Antonio Pira ad un conoscente. Non si fermano alle parole, puntano ad intimidire anche i carabinieri che stavano indagando su di loro. Prima compiono atti vandalici nei confronti di un appuntato della locale caserma dei carabinieri. Poi progettano di contattare un hacker per penetrare nella rete informatica dei carabinieri di Farnese per accertare lo stato delle indagini.

Il 4 maggio le parole dei Pira diventano più esplicite. Devono ”sbaracchiare” l’ex sindaco Dario Pomarè. Ovvero, in dialetto sardo, ucciderlo come un agnello. “Perché è l’unica soluzione – si ascolta nelle intercettazioni ambientali – solo che tocca trovare i testimoni”, preparando l’alibi giusto. “Quello che è successo – spiega uno dei Pira – non è niente ora vedrai che gli fò… Adesso gli tocca pure al figlio”.

La vendetta per terre salvate grazie all’intervento dell’ex sindaco rischia di trasformarsi in strage. I Pira puntano a più obbiettivi, vogliono colpire il gruppo politico di Pomarè, il Partito Democratico. Pochi mesi fa stavano preparando un vero e proprio agguato contro Francesco Alloro, un altro esponente politico che si era battuto perla preservazione degli usi civici. Cercano una moto, progettano di pestarlo o “addirittura di colpirlo con una pistola”. Lo pedinano, predispongono dei sopralluoghi, preparano le risposte da dare eventualmente ai carabinieri dopo l’agguato, organizzano l’alibi, progettando di lasciare i cellulari nella zona di Montalto di Castro in maniera tale da non essere tracciati dalle forze di polizia. “Il pezzo forte deve ancora venire” si legge nelle intercettazioni ambientali. Per poi, in un’altra conversazione, aggiungere: “Noi sappiamo fare i dispetti nel tempo… Anche con la morte”.

I Pira sono una della tante famiglie di origine sarda migrate nella zona della Maremma. Le scene che i carabinieri della compagnia di Tuscania – coordinati dalla Procura di Viterbo – hanno ricostruito durante le indagini sembrano arrivare direttamente dalla Barbagia. O dalla Sicilia profonda degli anni ’80. I micidiali fucili a palla unica usati per la caccia al cinghiale diventano l’arsenale pronto per essere usati per uccidere gli avversari, quegli amministratori comunali che si erano battuti per far rispettare la legalità. Il 26 aprile scorso, quando la preparazione degli agguati era in corso, i fratelli Pira iniziano a programmare l’azione violenta. Dovevano fermare un’autovettura, anche dandogli fuoco, per poi sparare con il fucile, “con una palla speciale”. “Gli arriva… buca pure il muro…quelle che tiro io – spiega uno dei figli di Antonio Pira – c’hanno due quintali e otto d’impatto”.

Le armi per la famiglia di origine sarda sono una vera fissazione. Mentre parlava con un altro sardo, Marco Pira spiega che stava cercando altre armi, “a lui servono lunghe, corte, medie (…) più ne ha, più è contento, e lo sa solo lui dove sono, e ne ha anche parecchie”.

Ora che i tre componenti della famiglia Pira sono finiti ai domiciliari – così ha disposto il Gip di Viterbo – a Farnese rimane una paura che mai avrebbero neanche immaginato di provare. “Questa storia rimane una ferita aperta – racconta Pomarè – tutta la popolazione si è sentita offesa e oggi ci troviamo scossi”. Ma Farnese non è Corleone, perché a differenza della Sicilia degli anni ’50 ha avuto un amministratore comunale in grado di tenere alta la testa: “Che cosa provo? Mi ricordo la frase di Paolo Borsellino: se uno ha paura muore tante volte”.