Passare dalla platea di Roma, dalla festa, dalla gioia, dal momento più gratificante di tutta una vita al nulla sarebbe stato troppo violento. E invece io avevo bisogno di stringere mani, di ritrovare i volti delle persone, di guardarle negli occhi e chiedere loro: ‘Com’è andata?’”. Niccolò Fabi sceglie la notte per pensare, mentre da solo, in macchina, macina i chilometri che lo separano dal prossimo luogo in cui si esibirà con il GnuQuartet. Sembrano passati anni luce dalla fine del tour con Daniele Silvestri e Max Gazzè, in realtà sono due settimane appena dall’ultimo concerto all’Ippodromo delle Capannelle, nella Capitale. Tutto esaurito, come è stato per ogni tappa. Ma Fabi non si è fermato, non ancora. Domenica scorsa il Ravello Festival, giovedì prossimo l’Indiegeno Fest a Tindari, in provincia di Messina, il 20 all’Umbria Folk Festival di Orvieto. E poi, ancora, date che si aggiungono a date, in un percorso che sembra non voler finire. “Non è un dovere, dovere invecchiare”, recita È o non è, una delle sue canzoni più amate.

Niccolò Fabi, forse è questo che non vuoi, a 47 anni: non vuoi invecchiare?
(…prende tempo, respira piano, pesa le parole) Probabilmente all’interno dei due anni vissuti con Max e Daniele, durante i quali abbiamo fatto cose straordinarie, è mancata un po’ di solitudine che, da un punto di vista creativo, è una sponda fondamentale. Avevo bisogno di fare dei viaggi – altra condizione della creatività –, e avevo bisogno di solitudine. E non per spirito di abnegazione o di sacrificio, ma per puro gusto. Viaggiare da solo mi aiuta a rielaborare, a rivivere questi due anni così densi e mi dà la possibilità di vederne gli effetti immediati negli occhi delle persone, che sono un’altra delle mie curiosità, sono storie da raccontare. In questi due anni ognuno di loro ha vissuto un’esperienza particolare: il riconoscimento numerico – l’essere così tanti – lo avvertiva come proprio. Come se avesse avuto la conferma dell’aver fatto bene a seguirmi dall’inizio e altrettanto bene a lasciarmi fare un progetto che mi avrebbe tenuto lontano dalla scrittura. Adesso sento il bisogno di chiedere loro: “Allora, come è andata?”.

E per te, come è andata?
È stata un’esperienza irripetibile, che solo con loro due avrei potuto fare. Un conto è la collaborazione per un pezzo, o un disco, un conto è per due anni mettersi al servizio di un gruppo. Non c’è paragone in termini di impegno. Nello stesso tempo il palco diventa un luogo più divertente e le responsabilità si alleggeriscono. È come fare un viaggio di notte insieme con due grandi piloti cui poter affidare la guida quando vuoi riposare. Questo è possibile solo in presenza di uomini che abbiano confidenza con la propria identità, che non abbiano irrisolutezze nella propria vita.

Quindi nessuna gelosia?
Il condividere un applauso, un affetto, è qualcosa che mentre lo frazioni si ingigantisce. Invece di essere più piccole, le parti si autoalimentano di specchi, dell’affetto degli altri. Ma devi essere in pace con te. Se non sei capace di vivere l’applauso a lui con la stessa serenità con cui vivi il tuo, può diventare la dimensione del tuo fallimento.

Voi siete risultati complementari.
Ognuno di noi ha un linguaggio umano e musicale in cui l’altro non entra, quindi ognuno era libero di giocare nel proprio ruolo. Se si doveva ballare o urlare con la mano alzata, toccava a Max o a Daniele. Se si doveva piangere toccava a me…

Non tutti sanno che Niccolò Fabi è laureato in filologia romanza con una tesi in codicologia. Ecco, ci spieghi cos’è la codicologia?
È un’altra possibilità di esercitare la fantasia, coltivare una realtà virtuale. Chi studia la storia antica ha a che fare con un mondo di cui non vede riflessi nella realtà quotidiana. Nello studio del Medioevo hai la sensazione di un’ambientazione scura ma anche erotica e spirituale, silenziosa e meditativa. Questo mi apparteneva più della storia moderna, c’era qualcosa di filmico, di visionario, anche attraverso il contatto sensoriale coi manoscritti. Però sentivo che il mio compito era di unire più cose. Tra il brevetto da sub e la consultazione di un manoscritto esistono analogie: bisogna tessere dei fili che riguardano sempre l’uomo nelle sue varie sfaccettature. Sono solo modi diversi per raccontarlo.

Come descriveresti il tuo percorso musicale, da “Capelli” a oggi?
Come un percorso verso la nudità. Crescere è togliersi di dosso delle cose, eliminare scorie. Un percorso verso l’identità, e la sicurezza nell’averla si è trasformata in canzoni sempre più sprovviste di protezioni, di trucchetti, di artifizi. E non che non cercassi di farlo all’inizio. Sento la stessa ricerca nelle canzoni di 20 anni fa, ma con meno sicurezza. Uno diventa quello che è, non nasce quello che è. All’inizio il passaggio da “scrivo canzoni e le canto davanti a 50 persone” a “entro nel mondo della celluloide” è stato traumatico, devastante. Non mi riconoscevo più. Sono stato due anni di apnea, e ho sentito il bisogno di resettare tutto. Tre anni dopo è arrivata “Costruire”.

Cos’è la felicità per Niccolò Fabi?
A livello artistico, in quei due minuti alla fine di “Costruire” all’Arena di Verona ho raggiunto il top, quello che volevo ottenere quando ho cominciato 35 anni fa. Un punto inarrivabile, tanto che adesso non sarà facile trovare quello successivo. Tutte le cose più belle sono nate da disagi o dolori, dalla gratificazione è più difficile trovare uno stimolo artistico. La felicità nella vita è distrazione dall’ineluttabile, dalla morte, i momenti di felicità sono quelli in cui non pensi. Quando hai la consapevolezza di ciò che succede nella tua vita e nel mondo, ti rendi conto che la felicità è distrazione.

Distrazione anche da ciò che accade fuori dai nostri confini?
È naturale che le differenze di benessere che ci sono tra luoghi diversi del pianeta generino il desiderio di viaggiare e migliorare la propria condizione. I disequilibri creano sempre aggressività e violenza. Alla base ci deve essere la sensazione che viviamo in un unico mondo e che siamo tutti partecipi della felicità globale. Ragionare sul proprio confine è impossibile. La problematica degli africani non è certo italiana, è di tutto il mondo: non possono lasciare a noi una questione che genera sul nostro piccolo scenario politico, un misero, poco edificante teatrino dello scarico di responsabilità, che ne sminuisce l’importanza finendo nella sloganistica politica. Non mi fa paura lo strapotere, ma l’abbassamento della qualità di ciò che ci stiamo raccontando. Si utilizzano armi di semplificazione per metterci sempre più uno contro l’altro. Ci si limita al ‘Io a casa mia, tu oltre quel muro’. Ma finché ci saranno i muri la gente sarà costretta a scavalcarli.

Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2015