Scuola 640
Ci sono dei momenti e dei punti in cui talvolta fa capolino il volto abietto della nostra civiltà. A saperlo scorgere dietro il velo degli abbellimenti verbali e dei ragionamenti contorsionistici. Una civiltà nata all’insegna del venerando e venerabile principio di libertà, propugnato pensando a tutt’altro; alla tutela della proprietà, del privilegio possessivo. Si cominciò nel ‘600, quando la libellistica che promuoveva l’idea di libero mercato servì a dare forma decorosa e disinteressata agli appetiti dei circoli finanziari anglo-francesi, determinati a entrare nel lucroso business della tratta schiavistica; a quel tempo regolata oligopolisticamente dalle patenti regie.

Esperimento manipolativo del comune sentire ripetuto innumerevoli altre volte, ma sempre a vantaggio degli interessi di pochi: dalla propaganda nazionalistica, con cui venne spezzata l’unità del fronte operaio che si riconosceva nell’internazionalismo, arrivando alle odierne campagne anti-tasse per sbaraccare il sistema di welfare, rendendo – come si suol dire – il ceto medio “cornuto e mazziato”.

Un mood argomentativo che ritroviamo – paro paro – nelle torsioni concettuali a difesa della presunta libertà di scelta in ambito scolastico, dietro cui si nasconde un’aggressione al principio costituzionale che attribuisce al settore pubblico il compito di concretizzare il diritto all’istruzione; uno dei punti della presenza statuale particolarmente esposto all’opera di sbaraccamento dei diritti fondativi della cittadinanza. Operazione perseguita con una faccia tosta degna della celebre massima di La Rochefoucault: “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”.

Con effetti quasi comici, a cominciare dall’assunto: “chi meglio delle famiglie può operare la scelta in materia di indirizzo scolastico dei propri figli?”. C’è da ridere a questo quadretto di padri e madri assurti a certificatori della qualità didattica al tempo in cui si assiste alla catastrofe della genitorialità, alla rinuncia del proprio ruolo da parte di adulti sempre più disattenti e – comunque, per lo più – privi di strumenti di giudizio per scelte che vadano più in là di un percorso facilitato; che non crei grattacapi a padri e madri (chiamandoli a responsabilità che non possono/intendono assumersi) e gratifichi l’allievo del facile quanto sospirato diploma.

Ancora più da ridere la primazia attribuita al privato in quanto livello di prestazione, in quanto monetizzata. Una superstizione che attribuisce eccellenze a vanvera (come nella sanità milanese, dove alla gente venivano asportati organi sani per incassare ticket e si moriva arsi vivi nelle camere bariche). Chi scrive ricorda benissimo il proprio percorso educativo, largamente svolto in istituti religiosi (due anni di asilo presso le suore Marcelline e dieci dai Barnabiti; con liberatoria fuga al liceo classico in una scuola pubblica), dove gli insegnanti risultavano o in tonaca (generalmente riempitivi) oppure personale sottopagato (a elevato tasso di frustrazione); selezionato al risparmio per far quadrare i conti secondo i criteri propri di un’impresa rivolta al profitto. Lo stesso criterio per cui la privatizzazione della sicurezza (NeoLib) negli aeroporti americani venne considerata responsabile di quegli arrivi incontrollati di terroristi autori degli attacchi dell’11 settembre.

Tornando al tema: i genitori (abbienti) orientati alla scelta scolastica nel privato parlano di qualità e – dunque – di libertà. Ma che cosa si vuol dire effettivamente sciacquandosi la bocca con questi alati concetti? Coltivare relazioni, ecco a cosa si pensa. Ossia spedire i figli in un ambiente selettivo, dove conoscere e frequentare buone amicizie; che verranno utili per ottenere favori futuri. La stessa visione miope per cui le famiglie italiane scelgono la via liceale e considerano quella tecnico-professionale “una seconda scelta di ripiego”, a prescindere dalle vocazioni/attitudini dei ragazzi.

Nella logica di quel tipico capitalismo di relazione italiano, che si puntella attraverso il meccanismo dei favori. Una scelta di status, che prescinde completamente dalla preparazione a esercitare ruoli effettivi, anticamera del processo di ricastalizzazione della società in atto. Perché dopo tanto parlare di “società aperta” stiamo veleggiando verso realtà sempre più “chiuse”. Grazie anche a professionisti della paura che oggi danno il peggio di loro sul tema dell’immigrazione. E questa è solo un’altra faccia delle monete svalutate che stiamo battendo.