L’Italicum toglie il trattino tra l’Emilia e la Romagna e crea un muro contro muro tra Pd nazionale e Pd ravennate. La nuova legge elettorale approvata dal Parlamento nei mesi scorsi, di fatto cancella il collegio di Ravenna, che oggi vanta tre deputati e due senatori, e lo smembra tra Bologna e Ferrara, prospettando al territorio romagnolo il rischio di una totale assenza di rappresentanti in Parlamento. «Il Consiglio dei Ministri ha approvato i collegi dell’Italicum assumendo la decisione di spaccare a metà il territorio della provincia di Ravenna, ma noi pretenderemo quel rispetto che in questa circostanza è pesantemente venuto meno», commenta duramente il segretario provinciale del Pd di Ravenna, Michele De Pascale, accusando il governo di “scarsa attenzione”.

La questione è meno tecnica di quel che potrebbe sembrare. Tra le novità dell’Italicum vi è infatti la ridefinizione dei cento collegi plurinominali in cui eleggere i parlamentari (ad eccezione di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, a collegi uninominali). L’elezione dei singoli deputati avverrà all’interno di collegi territoriali di dimensioni relativamente piccole: in Emilia-Romagna saranno sette e, da ognuno di essi, usciranno dai cinque agli otto eletti alla Camera. Tra i criteri di suddivisione vi è la “coerenza territoriale”, ossia la definizione di collegi plurinominali “compatti per prossimità reciproca della popolazione residente e per l’appartenenza del collegio ad ambiti territoriali amministrativi e funzionali già definiti e vissuti dalla stessa popolazione” e “l’integrità provinciale fin dove possibile, tenuto conto delle soglie demografiche”.

I criteri, però, non valgono per Ravenna. Se per il resto della regione i collegi seguiranno i confini delle province – accorpate a due a due nei casi di Parma e Piacenza, Forlì-Cesena e Rimini –, Ravenna è l’unico territorio che verrà diviso in due. Una parte, ovvero i sei comuni del faentino (Faenza, Solarolo, Brisighella, Casola Valsenio, Castel Bolognese e Riolo Terme) insieme a Bagnacavallo, Cotignola, Bagnara e Russi, andrà a far parte della provincia di Bologna. I restanti dieci comuni del ravennate (Ravenna, Lugo, Cervia, Alfonsine, Massa Lombarda, Conselice, Fusignano, Cotignola e Sant’Agata sul Santerno), invece, saranno accorpati al collegio di Ferrara. Il risultato va da sé: con i capilista bloccati, come previsto dall’Italicum, e senza un proprio collegio diventerà difficile per il territorio ravennate riuscire a piazzare un capolista in terra emiliana, nella lista bolognese o in quella ferrarese. «Abbiamo alacremente lavorato per settimane per scongiurare questo scenario, che oltre a dividere il nostro territorio non tiene nemmeno conto dei confini dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna – prosegue De Pascale –. Le nostre ipotesi alternative, che salvaguardavano l’unitarietà del nostro territorio provinciale, si sono scontrate con la scarsa attenzione del governo e con l’ingordigia del territorio di Bologna che, mai sazio, pensa in questo modo di sottrarre alla Romagna parte della sua rappresentanza parlamentare».

Tempi duri per i candidati romagnoli, dunque, che andranno a fare campagna elettorale a Bologna e Ferrara per accaparrarsi le preferenze: «Noi – precisa De Pascale – pretenderemo il capolista di uno dei due collegi. Ci auguriamo che possa prevalere il buon senso e si possa tornare indietro rispetto a una decisione che penalizza ingiustamente il nostro territorio, ma al momento il ministro Boschi non ha dato speranze per una modifica del testo». Ad essere spaccata in due sarà anche la Bassa Romagna, unione di nove comuni ravennati, che ne vedrà sette “ferraresi” e due “bolognesi”. «La situazione è paradossale – protestano Mirco Bagnari, consigliere regionale, e la segretaria Pd della Bassa Romagna, Linda Errani –. L’ipotesi di disgregazione in più collegi elettorali della provincia di Ravenna e, in particolare, dei comuni appartenenti all’Unione della Bassa Romagna ci trova assolutamente contrari e ci appare contraddittoria, incomprensibile e penalizzante».