gemelli

Nell’estate rovente appare il giallo familiare: un padre (l’ingegner Andrea Del Grande di 39 anni, dipendente della Piaggio) fugge col figlio di 5 anni verso l’Acquavillage, con l’unico intento di trascorrere momenti sereni con l’amato bimbo, sottraendosi a regole da carcere duro (incontri protetti, regole dettate dai servizi sociali, visite col figlio centellinate col contagocce). In un’Italia contrassegnata dal politically correct – che, a mio avviso, va dalla pubblicità delle donne con la banconota da 7 euro (mai conosciuto una donna che sia pagata di meno in quanto donna), dalle quote rosa sempre e ovunque fino al mantra “la donna è migliore dell’uomo”, dunque non rivendicando parità ma più diritti rispetto agli uomini  (questa l’attuale inquietante frontiera) – non c’è mica da sorprendersi se un padre, già privato del diritto fondamentale più straordinario quale quello della genitorialità, perché ridotto allo stato larvale per poter avere un rapporto minimale col figlio, venga trattato come un criminale.

Apprendiamo difatti come egli sia un pericolosissimo soggetto denunciato per stalking (poi però assolto…) e che addirittura (leggete bene) sia stato assoggettato a ben due perizie psichiatriche (evidentemente disposte dal tribunale nel conflitto tra i genitori, quando spesso si abusa delle perizie e dei periti e dalle cui perizie emergono spesso patologie a carico di uno o di entrambi).
Immaginiamo il calvario che abbia dovuto subire questo povero essere umano, reo soltanto di voler fare il padre. Un calvario esistenziale drammatico tale da devastare qualsiasi soggetto equilibrato. Un calvario che è divenuto familiare, sociale, economico e che dura da anni. Nel quale certo rischia di pagare un prezzo altissimo il minore, spesso però dinanzi alle turbe di un solo genitore, assai di meno di entrambi. Perché è sufficiente che un genitore inizi a manipolare il minore, a ostacolare i rapporti con l’altro, arrivando sino alle false denunce pur di raggiungere lo scopo. Deciderà il tribunale se quest’uomo si è macchiato di reati.

In Italia vige un diritto di famiglia culturalmente retrogado e ancorato a stereotipi validi agli anni ’60, quando l’uomo deteneva il potere economico e la donna gestiva il rapporto con i figli. Un diritto di famiglia nel quale la donna fa l’asso piglia tutto: casa, mantenimento, figli. Mentre l’uomo viene relegato ad un ruolo da voyeur o da souvenir. Il principio fondamentale di uguaglianza diviene un simulacro. L’uomo deve pagare e tacere. Subire in silenzio e divenire doppiamente vittima. Reale e pure dinanzi ai giudici.
Ci sarà però un motivo se l’Italia continua ad essere condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché non è in grado di tutelare la potestà genitoriale vedendo sempre ed esclusivamente come vittime i padri separati dai propri figli (CEDU, sez. II, sentenza 29 gennaio 2013 (Pres. Jočienė), Affaire Lombardo c/ Italia; sent. 30 giugno 2005 def. 30 novembre 2005, ric. n. 30595/02, Bove c. Italia; sent. 2 novembre 2010 def. 2 febbraio 2011, ric. n. 36168/09, Piazzi c. Italia).
Ricordiamo come in molte separazioni conflittuali venga sparata contro i papà la “pallottola d’argento”: la falsa accusa di pedofilia. In Italia l’80% di tale gravissima accusa è verso i papà separati, poi risultanti innocenti nel 92,4% dei casi [Cesi S., Masina E, Camerini G.B. (2007), Vere e False denunce di abuso sessuale: studio di una casistica in separazioni conflittuali, 13° International Congress of the ESCAP, “Bridging the gaps”, Firenze, 25-29 agosto 2007]. Dietro tali numeri ci sono almeno 2 esistenze segnate per sempre.
Tale fenomeno criminoso va avanti da anni: “Potrebbe sembrare incredibile che si possa accusare qualcuno che si sa innocente di un delitto turpe quale quello di violenza sessuale (…) eppure succede e neanche troppo raramente (…) per l’esperienza fatta le false denunce provengono quasi nella totalità da donne, spesso madri che in tal modo tentano di allontanare gli ex mariti dai figli” (Jaqueline Monica Magim, già sostituto procuratore della Repubblica, Criminologia.it, 29.1.2009). Ed altrove: «L’accusa di violenza sessuale è il modo più facile per estromettere il padre dalla vita dei figli. La donna non solo si libera del partner come coniuge ma anche come padre, facendolo uscire definitivamente dalla sua vita» (Maria Carolina Palma, CTU c/o Trib. di Palermo, L’Avvenire, 13 aprile 2009)

Un autorevole magistrato ha poi dichiarato che “Purtroppo molte madri accusano i padri di tali condotte così allarmanti quando vogliono che si interrompa il rapporto con il padre, perché all’inizio il Giudice non sa e deve accertare, e molto spesso si ha l’interruzione dei rapporti”. (Melita Cavallo, pres. Trib. Min. Roma, 17.1.2014, a “La Vita in Diretta”, Rai).
Occorre uscire dal Medioevo e iniziare a tutelare i diritti fondamentali. Anche dei padri.