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La notizia è uscita in questi giorni  su il Piccolo di Trieste: due delle cinque compagnie che avrebbero dovuto iniziare a sondare i fondali della Dalmazia, alla ricerca di gas e petrolio, hanno annunciato il loro ritiro.L’articolo chiude con la frase: “È impopolare il progetto petrolifero, che secondo alcune stime dovrebbe far guadagnare al Paese circa 100 miliardi di dollari in 25 anni (a titolo di paragone, in Croazia il turismo ne produce 7,5 miliardi ogni anno), rischia di rivelarsi una palla al piede per il governo socialdemocratico, attualmente in svantaggio nei sondaggi. Forse, insomma, il calendario elettorale finirà per dar ragione agli ecologisti croati. La disfida per le trivellazioni in Adriatico insomma è appena cominciata”.
La vicenda è complessa ma la sostanza è semplice: gli ecologisti croati hanno incassato una vittoria riuscendo, con la loro campagna “Sos per l’Adriatico” a far fare un passo indietro di buonsenso ai poteri favorevoli alle trivellazioni. Pare infatti che l’opposizione  al petrolio sia ormai molto diffusa nel Paese; insomma sembra cambiato il “sentire comune”. Gli aspetti di questa vicenda sviluppatasi nell’ambito ambientalista sono duplici: da un lato la capacità (seppur indotta e “spintanea” più che spontanea) di un Governo di rivedere le sue posizioni, di leggere i numeri e rispettare la percezione popolare, al punto da cambiare verso. Fosse anche magari solo per finalità elettorali ma invertire il senso di marcia è “tanta roba”.
L’altro fronte invece riguarda la determinazione – che ha generato a sua volta autodeterminazione  – di una campagna vera e di comprovati contenuti come quella svolta dagli ecologisti nostri vicini.
Da noi nel frattempo il decreto legge “Sblocca Italia” ha promosso le trivellazioni e lo stoccaggio di CO2 e di metano nel mare Adriatico e nel mare Jonio. Gli esperti dicono:”Non senza conseguenze sull’ecosistema del Mediterraneo e magari anche sul turismo”.
Ecco il punto: la parola turismo, la realtà turismo per l’Italia come evidenzia uno studio ( http://www.enit.it/en/studies-and-research.html) realizzato da ENIT (Ente nazionale del turismo) è qualcosa di cui si dovrebbe tenere conto quando si pensa ai progetti politici e industriali di medio e lungo corso, ma forse l’unico obiettivo di impegno a medio-lungo termine in questo paese è il mantenimento del proprio scranno, costi quel che costi.
Tornando ai grafici e alle tabelle di ENIT invece si evidenzia ad esempio che sussistono solo 10 punti percentuali di differenza tra gli stranieri che arrivano sollecitati da interesse  storico e artistico (34%) , rispetto  a coloro che scelgono l’Italia per le sue località marine e i suoi mari (24%).
Nel panorama internazionale poi il nostro paese è al quinto posto per gli arrivi e al settimo per gli introiti. Segno che si può ancora migliorare. Parecchio, soprattutto in questa estate in cui la  grande azienda del turismo italiano vacilla, poggiata su piedi fragili e  d’argilla.
Un esempio per tutti: Pompei sull’orlo, già da anni per la verità, di un collasso sul piano del mantenimento strutturale è anche ostaggio delle proteste di chi ci lavora. Ognuno ha le sue ragioni, ma chi  paga dazio sono i turisti che arrivano dal mondo. Più ci si trova a girare l’Italia e più aumenta la consapevolezza che il suo patrimonio storico-monumentale e di bellezze naturali non può essere replicato come fanno i bambini in spiaggia, giocando con le forme in plastica che riempiono di sabbia e capovolgono sulla battigia.
Nulla è eterno, tanto meno se mal conservato e straccionato. Distrutto quello che abbiamo, ci attaccheremo al tram. Sperando che qualcuno nel frattempo, ratto ratto, non abbia tolto le rotaie.