Genitori che lanciano coltelli contro il figlio perché si è dichiarato gay, ragazzi sbeffeggiati e picchiati dai compagni che li chiamano “froci”, professori che di fronte agli atti di bullismo dicono “è uno scherzo, smettila di fare l’esagerato”, adolescenti che tentano il suicidio perché vivono in posti dove l’omosessualità è considerata “una malattia”. E ancora: teenager presi di mira per gli atteggiamenti effeminati, che per la rabbia e il dolore diventano anoressici oppure smettono di studiare. Sono soltanto alcuni dei racconti raccolti da Dario Accolla, scrittore, blogger e attivista, nel libro Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile (edizioni Villaggio Maori), che offrono uno spaccato dell’Italia nel 2015, “del risentimento sociale” contro chi “è fuori dalla norma”, diverso dal “maschio bianco, eterosessuale e possibilmente di fede cristiana”. Una visione dettagliata delle forme di intolleranza che si creano tra i giovani ottenuta anche grazie a un’indagine realizzata attraverso un questionario, compilato da giovani tra i 13 e 20 anni in nove città italiane (Torino, Milano, Padova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Catania, Cagliari).

Nel testo vengono esaminate le ragioni culturali e sociali alla base dell’omofobia, le ripercussioni delle discriminazioni sui giovani a scuola, tra gli amici, in famiglia, nello sport, in parrocchia, la responsabilità dell’uso diffamatorio e violento del linguaggio, di epiteti e insulti che vengono fatti passare per goliardici, innocui, scherzi tra “veri uomini”. I modi di dire per screditare le persone gay, lesbiche, bisessuali e trans, ma anche gli etero “anomali”, che vengono scambiati per omosessuali, sono molti. Oltre alle vere e proprie parolacce, ci sono appellativi ingiuriosi come “succhiabanane” e “finocchio”, eufemismi come “è un tipo particolare”, “c’ha altri gusti”, “è dell’altra sponda”, espressioni dialettali come “tuccato da rannula” (colpito dalla grandine), “polpo”, “nato col difetto”. Un uso del linguaggio colpevole, che contribuisce a creare e perpetuare un clima di derisione e di discriminazione.

Per arrivare a un cambiamento, secondo Accolla, è necessario “evitare di utilizzare le parole ormai entrate nell’uso comune ma che, a livello più o meno inconscio, veicolano stigma di tipo sessista. “Frocio” è un insulto diffuso che magari si usa in modo generico, ma che ha la forza di mantenere viva la diffidenza. Il primo luogo dove questo deve avvenire è la famiglia, in concomitanza con la scuola: genitori e insegnanti hanno il dovere di vigilare sugli usi linguistici dispregiativi”. L’educazione alla diversità, che viene fatta in alcune scuole, serve proprio per proporre modelli diversi, non solo linguistici, ma anche di comportamento, per contrastare l’omofobia e il bullismo.

“Si tratta di corsi che puntano a insegnare da subito che nessuno va preso in giro perché considerato strano o diverso in base alla sua identità. Se hai una compagna di banco mascolina che gioca a calcio, non hai nessun diritto di insultarla, magari dicendole “brutta lesbica”. Chi contesta questo tipo di educazione – spiega Accolla – ha una doppia responsabilità, sia nella diffusione dello stigma contro le persone Lgbt sia nella creazione di un clima di diffidenza e paura a partire dal mondo della scuola. Il cosiddetto “gender”, presunta ideologia che vorrebbe omosessualizzare le future generazioni, ha la stessa valenza scientifica delle scie chimiche. A mettere in giro la favola del “gender”, con tanto di lupo cattivo contro i bambini, sono le realtà pro-life in prima linea contro l’interruzione di gravidanza, il matrimonio egualitario e la lotta all’omofobia, movimenti omofobi, in buona sostanza, sobillati dal parroco di turno e dal politico compiacente e fomentati dall’ignoranza”.