“Raramente l’Italia è stata penetrata in questo modo, fin nelle sue viscere, da un narratore. E questo va riconosciuto e apprezzato, con il consenso e l’adesione, di cui sono in genere così avaro”. Alberto Asor Rosa si occupa diffusamente, nel recente ‘Scrittori e massa‘, di Roberto Saviano. La tesi è che Gomorra, “pur non perdendo nulla della carica informativa e di denuncia che caratterizza una raccolta di buoni articoli giornalistici, è al tempo stesso qualcosa di diverso. E di più”. Ma non è sui complimenti che l’autore medesimo si vuole fermare: “Il solo fatto di riuscire ad aprire oggi un dibattito su questi temi mi pare uno sforzo titanico. L’argomento è cruciale, ma non è affatto avvertito come tale. Il confronto pubblico sul ruolo del letterato si è esaurito da tempo. La figura dell’intellettuale è scomparsa dal dibattito non tanto per un presunto ‘tradimento dei chierici’, come capitava ai tempi di Camus. Il discorso intorno al libro finisce quando il mercato del libro entra in crisi”.

E quali sono le cause?
La crisi dipende più da un cambiamento di tempo e di relazione con la parola. Il mio primo obiettivo – ed è il motivo che mi porta ad Amici o nelle scuole – è tornare a creare familiarità con la lettura. Oggi non sei analfabeta se non sai leggere, almeno nella società occidentale. Sei analfabeta se non dedichi tempo alla lettura, intesa come approfondimento e capacità di concentrazione. In questo senso il web rischia di diventare nemico del libro, perché abitua alla lettura di titoli di poche righe, una lettura piana, orizzontale che non cerca profondità ma immediata fruibilità. E poi andiamo a letto con il tablet, in treno con lo smartphone: il tempo del libro scompare. Mi piace l’idea di lavorare a un’alleanza tra web e libro in nome della possibilità di approfondimento.

La critica ha smesso di fare il suo lavoro?
Il ruolo del critico non si è mai esaurito nel semplice scrivere recensioni. Il critico lavorava, ad esempio, anche sul progetto culturale di una collana editoriale. Penso a Romano Luperini e, nelle nuove generazioni, a Emanuele Trevi e Carla Benedetti. È chiaro che quando il critico si riduce a estensore di recensioni, il suo ruolo muore. La nostra situazione culturale – non credo però che sia una caratteristica solo italiana – è molto frammentata. Noi scrittori non siamo una comunità: ci odiamo, inutile fingere. Con preziose eccezioni ovviamente, ma è un detestarsi collettivo.

Perché?
È rarissimo che esista una progettualità comune. L’odio senza fine, poi, è generato dal successo. La famosa parabola: sei considerato “giovane promessa, solito stronzo, venerato maestro”. Guardo Parise, Calvino, Pasolini, Moravia, Morante, Siciliano: anche tra loro c’era diffidenza, concorrenza ma c’era una sorta di unità d’intenti, un collante. Dai loro carteggi emergeva qualcosa che faceva sentire al sicuro, una divisione sì, ma dentro un dibattito. La sensazione era che non vi fossero praterie da conquistare, ma idee da condividere, scontri da chiarire.

Ora?
Il primo pensiero va al mercato, che è saturo, quindi ciò che vendi tu non lo vendo io. Assioma tristissimo. C’è stato il processo per le minacce del clan dei casalesi nei miei confronti (e di Rosaria Capacchione): mi aspettavo vicinanza umana da chi dovrebbe rappresentare la sublimazione dell’umano, ovvero gli scrittori. Nulla, silenzio totale. Stessa cosa per Erri De Luca: credo che gli attestati di solidarietà nei suoi riguardi siano stati pochissimi. In fondo vedono questi guai, tra l’altro molto diversi tra loro, come occasioni di visibilità e quindi si ritraggono. Invece sono solitudini accadute per aver scritto e parlato. La solidarietà degli scrittori sarebbe stata necessaria. E naturale.

Non ha colleghi-amici?
Qualcuno per fortuna sì. Caso raro. Fuori dall’Italia è più facile entrare in relazione: Misha Glenny e Suketu Mehta, Emmanuel Carrère, Salman Rushdie, Paco Goldman.

Gianni Ferrari ha detto al Fatto che la società letteraria è scomparsa ovunque, con una parziale eccezione per New York. Lei ci vive: è davvero così?
Sì, ma è una società complicata. Il mondo Wasp ci guarda con circospezione. Il New Yorker fa scrivere su Chapo Guzman a un americano, quando ha decine di giornalisti messicani che rischiano la vita e conoscono meglio di chiunque altro le dinamiche. Non si fidano di un metodo di scrittura spurio, che è frequente nei messicani, nei centroamericani, negli europei-mediterranei. Vogliono il tema ben fatto che rispetti la giusta distanza. Autorevole forse, ma sterile e che non aiuta più a comprendere. Sogno un’invasione mediterranea, africana e latina delle riviste americane… più snob.

E lei? Com’è vissuto oltreoceano?
Sono un privilegiato, è raro che un autore europeo, ancor più italiano, sia tradotto e conosciuto in Usa. Consapevole di questo, però, so bene che vengo vissuto come un caso bizzarro, un po’ esotico. Come uno che scrive un libro e si mette nei guai. A loro, male che vada, capita una mezza denuncia o una stroncatura.

Secondo Asor Rosa la formula “ibrida” è il segreto del successo di Gomorra.
In libri così conta molto la capacità del lettore di lasciarsi accompagnare, di farsi prendere per mano e fidarsi. Vollmann scrive ‘Europa centrale’ senza citare fonti. O se le cita, al massimo le cita nel racconto. Non c’è bibliografia: è una cosa che in un certo tipo di lettori – moltissimo nei lettori americani – crea angoscia. Ma ci sono cose che non si possono raccontare da cronista. Ricordo che quando ammazzarono Gelsomina Verde – una ragazza di 22 anni torturata, uccisa e poi bruciata dalla camorra – andai sul luogo del ritrovamento del cadavere. Non riuscivo a smettere di guardare un vigile urbano che vomitava pasta e patate. Da giornalista non avrei potuto raccontarlo, c’erano altre emergenze: chi l’aveva uccisa, perché… Invece uno scrittore si può permettere di dedicare attenzione a quel particolare. Il discorso di Asor Rosa – sui cui testi, tra l’altro ho studiato – mi ha fatto piacere, anche e soprattutto per la vicinanza, per un senso di protezione che ho percepito.

Così sembra che la scrittura per lei sia una battaglia.
Lo è. È un percorso anche fisico. È il mio corpo che comprometto. Non credo sia l’unico modo di fare letteratura anzi, amo scrittori che fanno completamente altro, come Tommaso Landolfi o Raymond Queneau.

E Curzio Malaparte?
I suoi libri, ‘La pelle’, ‘Kaputt’, ‘Maledetti toscani’… sono stati la mia grammatica. Invidio la sua vita, per niente misurata e nemmeno sorvegliata: si è ustionato con tutte le passioni che lo hanno attraversato.

Editoria e letteratura non sono sovrapponibili: è d’accordo?
Il guaio è che l’aspetto commerciale è frainteso. Si crede che un libro “facile” riceva il sostegno dell’editore perché più vendibile. Il libro commerciale non è veramente nemico del libro di qualità. Lo diventa quando l’editore crede che il libro di qualità non possa essere venduto. Ma tutto dipende dalla promozione.

Lei ne fa sempre molta, anche per Zero Zero Zero.
Perché la promozione per me è un capitolo del libro, se potessi andrei porta a porta. Non si può abbandonare il libro dopo una presentazione o due. Una volta Bono Vox mi disse che loro stavano tornando nelle radio, a presentare ovunque per farsi sentire. Oggi i lettori pretendono molto, vogliono fissarti in volto prima di fidarsi del tuo lavoro.

Perché ad “Amici” ha scelto proprio Le notti bianche?
Da ragazzino mi era piaciuto molto. Poi è un libro agile, un racconto lungo, particolarmente adatto a un pubblico di ragazzi. Ora, quando vado in giro, mi capita spessissimo di autografare Le notti bianche!

Molto onore e molta responsabilità: cosa scrive sulle dediche?
“Spero che ti piaccia”. O cose così. Speravo che i ragazzi andassero in libreria senza il timore di prendere in mano un classico, che “puzza” di scuola. Su Amazon c’è stato un picco di vendite in coincidenza dell’intervento in trasmissione. Era successa la stessa cosa con le poesie della Szymborska, che avevo letto nel programma con Fabio Fazio. Anche in quel caso, volevo raggiungere un pubblico che non legge la poesia perché la ritiene un genere per “appassionati”, perché teme che la poesia senza parafrasi sia incomprensibile. Invece la Szymborska è molto accessibile.

A proposito: la poesia ha ancora un mercato?
Personalmente ne leggo sempre molta. È vero che c’è stato un allontanamento dalla poesia, che dipende da quella che io chiamo “la setta dei poeti”. Da come, per un certo periodo, sedicenti vati si ponevano nei confronti del pubblico. Il web poi, che spesso rilancia in varie forme i poeti morti, difficilmente lo fa con i vivi.

Lei si esprimerebbe mai in versi?
L’ho fatto da ragazzo. L’istinto ce l’ho: un giorno forse, ma ora non scriverei per pubblicare versi.

Si scrive per?
Per perdere qualcosa. Sicurezze, stabilità, serenità, reputazione. Agli aspiranti scrittori direi: scrivete un libro solo se avete da perdere qualcosa. La recensione negativa è il rischio minore. Le cose che portano disagio sono altre: gli attacchi politici, l’isolamento, i tentavi di delegittimazione. La frase che non dimenticherò mai di Solzenicyn è: “Dove non c’è libertà, gli scrittori diventano i ministri del vero governo”. Nella fase berlusconiana ho sentito di avere, come tanti altri, una responsabilità diversa nei confronti del lettore. Che non era semplicemente dire le cose, commentarle o approfondirle. Ma qualcosa che andava oltre, cioè fare argine. La mia figura è completamente diversa – e avvertita come tale – per le conseguenze del mio lavoro (quindi minacce e scorta) ancor prima che per la scelta di ciò che scrivo. Quello che intendo dire è che non credo di appartenere solo alla comunità letteraria. Non frequento premi letterari, non frequento colleghi scrittori, salvo in rari casi. Appartengo di più ad altri mondi, popolati di persone che si battono per qualcosa. Conosco l’obiezione: vesti la letteratura di uno scopo etico e di un obiettivo civile e l’hai resa incapace di muoversi. Mi viene da rispondere: continuate a giocare con sabbia, secchiello e palette mentre lasciate che siano altri a battersi per le cose serie. Dico questo consapevole che con sabbia e secchiello si possono costruire cose bellissime e persino migliori di quelle realizzate combattendo. Io resto altro e seguo altro.

Ma legge qualche italiano?
Certo, li recensisco anche nonostante gli inconvenienti…

Quali inconvenienti?
Spesso mi mandano il libro perché ne parli e se non lo faccio mi detestano. Mi è successo di trovarmi detestato da persone di cui non avevo scritto. Ma capita a molti. Detto questo, secondo me la recensione tradizionale serve a poco. Può succedere che un libro ti smuova qualcosa, e allora è giusto scriverne, ma è raro. Gli editori però dovrebbero sapere che oggi portano molta più attenzione i social network. Non post costruiti ad arte, ma una serie di post scritti da chi ha davvero apprezzato il libro da promuovere. Oggi il mestiere di ufficio stampa, nelle case editrici, dovrebbe cambiare completamente. Ma questa è un’altra, lunga, storia…

da Il Fatto Quotidiano del 6 agosto 2015