“Di tutto quanto è scritto io amo solo ciò che uno scrive col suo sangue” annotava Nietzsche. Un motivo in più per apprezzare il “sangue”, inteso come ritorno alle origini e alle radici familiari, che sta alla base di “Blood”, il secondo album in studio della cantante Lianne La Havas uscito per la Warner il 31 luglio. Questo disco cade in un vero e proprio momento di grazia per la delicata voce soul che ha sedotto Prince (ascoltatevi “Clouds”, il duetto che fece con Her Purple Majesty). Quella stessa voce che ha anche aperto i concerti di Bon Iver nel suo tour americano, e messo a segno partecipazioni al Later with…Jools Holland e al Glastonbury Festival.

“Blood” è riuscito nell’impresa di far risultare accademico “Is Your Love Big Enough?” (Warner, 2012), esordio discografico che era stato quasi un banco di prova per dimostrare che la sua voce e la sua chitarra potevano padroneggiare senza timore i codici tradizionali del jazz, del soul e dell’R’n’B. Prova brillantemente superata, se si considerano le lodi ricevute anche da Stevie Wonder. Da quel primo LP, tre anni sono bastati alla giovane artista per modulare la tradizione al servizio di una freschezza compositiva che la allontana – finalmente – dai paragoni con Corinne Bailey Rae.  A 25 anni, quindi, Lianne decide di fare i conti con la sua eredità culturale. Non stiamo parlando della sua nazionalità inglese, quanto piuttosto di quel mix mediterraneo-caraibico che le scorre nelle vene. Infatti la soul singer ha padre greco e madre jamaicana, entrambi musicisti di lungo corso. E proprio un viaggio in Jamaica con la madre è stato fonte di ispirazione per questo “sophomore”.

L’apertura del disco è affidata al singolo “Unstoppable”, una dichiarazione d’amore dal sapore astronomico – ma anche un manifesto di forza interiore – con tanto neo-soul nelle corde. Poi arrivano le epifanie caraibiche di “Green & Gold”, che allude invece ai colori della bandiera jamaicana. Il sogno verde e oro si traduce poi in uno sguardo lucido sulla sua vita che si dispiega: “Now I’m fully grown and I’m seeing everything clearer”. L’attacco è un fingerpicking che ricorda “Tease me” del primo LP, ma ben presto il pezzo prende una direzione diversa, con groove vocali e delicate incursioni di trombe.

Seduce e lenisce la ballata “Wonderful”, una potenziale colonna sonora per incontri a sorpresa con il proprio ex, e la voce di Lianne tesse alla perfezione gli indugi su una storia d’amore che finisce. Ottima anche la prova vocale con la presenza ingrombrante degli ottoni in “Midnight”, dove La Havas prende l’ascoltatore per mano per condurlo fuori dal tempo: “Come to my world (after midnight)/We’re getting lost in another time”. “Grow” riporta in auge i ritmi jamaicani, non senza un incipit con il classico fingerpicking. “Ghost”, invece, è un brano di disarmante semplicità per solo voce e chitarra, che mette in evidenza le sfumature e l’autorità interpretativa della cantante.

Rimane una domanda sul senso di “Never Get Enough”, una specie di folle fuga dal sentiero stilistico di quest’album. Qui la voce multitraccia della La Havas galleggia sopra un arpeggio di chitarra classica, poi viene senza preavviso filtrata e accostata ad accordi stridenti di chitarra elettrica. L’esperimento alla Black Keys, però, mal si accosta al tocco piumato e caldo del suo timbro.
Tolto questo episodio, “Blood” vanta una grande coerenza di fondo. Sospesa tra jazz e soul della vecchia scuola, e una riappropriazione della tradizione cucita sulla sua storia personale, Lianne La Havas offre all’ascolto un album fresco, persino nelle note più malinconiche. Il potenziale per diventare qualcosa di speciale c’è tutto. Buon “sangue” non mente.