Se ha ragione Erri De Luca, quando dice che la cosa più simile al volo è il nuoto, lei è un’aquila reale. Veloce, intelligente, capace di grandi cadute e voli insuperabili. Era una ragazzina quando a 16 anni vinse la sua prima medaglia in una Olimpiade, oggi che ne ha 27 continua a strappare record, traguardi e gradini. Quello d’argento, ieri, ma che vale quanto un oro ai Mondiali di Kazan. Ha smesso anche la fama di mangiatrice di uomini, lasciata in eredità da un triangolo che poi lo fu solo per i giornali: rubò il fidanzatino a Laure Manaudou, altra nuotatrice, ma avevano 17 anni. Il loro torto fu quello di avere le inquadrature addosso, ma parlare di “vasca bollente” fu come al solito un’esagerazione da patinato. Oggi convive con un altro nuotatore, Filippo Magnini, bello quanto lei, abituato a vivere in vasca.

Di allenatori se ne è divorati, ma anche questa è una questione di autorevolezza: in tempi non sospetti Beppe Viola raccontava degli allenatori fatti fuori da Gianni Rivera, ma era Rivera. E lei è Federica Pellegrini, numero dieci più di Rivera. Perché volare, con tutto il rispetto per chi di calcio sopravvive, non è dare calci a un pallone: devi avere le ali, e devi nascerci, altrimenti non vai da nessuna parte. Oggi, il giorno del compleanno numero 27, Pellegrini ha vinto la sua ennesima medaglia d’argento in un campionato mondiale e forse ha sbagliato d’un soffio. Ma di smettere non ha proprio nessuna voglia. Ce l’aveva nelle braccia quegli ultimi venticinque metri, le avversarie lo sapevano che sarebbe andata a finire così. Le ha lasciate dietro, come spesso è accaduto, non ha recuperato la prima. Ne riparleremo tra qualche anno, quando l’amarcord dirà il vero su quella che fu l’attualità. Se gli esseri umani normali diventano formidabili quando non ci sono più, per gli sportivi la stessa cosa vale quando smettono di vincere e quando ti accorgi che dietro non c’è nulla.

E’ il mestiere del tifoso quello di borbottare, e chi scrive ne sa qualcosa. E’ una roba che t’incazzi, aspetti che arrivi quel momento grandioso di teatro che se non si trasforma in una vittoria e sputi veleno. Oggi la Pellegrini il teatro ce l’ha consegnato sotto forma di opera lirica. Potremmo anche accontentarci. Anche se lei non si smarcherà di dosso la nomea di antipatica. Beh, non le si richiede la simpatia quando hai appuntamento con la storia. A dirla tutta ha mostrato anche le fragilità, e in genere non avviene. Gli attacchi di panico, la paura di non vincere, non tutti te la raccontano giusta. Lei alla fine l’ha fatto. Iniziò quasi in ritardo, lei neanche voleva farla la nuotatrice. Poi la misero in acqua e lo vedi nello spazio di un millesimo di secondo se sei una farfalla o una zavorra.

E pensare che quando le chiedi del suo rapporto con l’acqua, quella seria, del mare, confessa candidamente di aver paura: “Mai fatto un bagno come si deve. Se non vedo il fondo ho il terrore, sono abituata a vederlo lì, in piscina, non buttatemi in mare aperto perché potrei anche morire. Non sono donna di mare, sono nata a Spinea, cresciuta tra Milano e Verona con una pausa a Parigi. Non chiedetemi del mare. Già provato anche con le immersioni. Proprio per superarla, la paura, perché sono fatta così. Prima lezione per prendere il brevetto e lì è finito tutto. Ma in realtà è una questione di compensazione. Mi porto dietro un’otite cronica da quando ero piccola e non ce la faccio. Finita lì”.

Vabbè, l’importante è che sappia volare. Quel brevetto lo ha preso quando aveva cinque anni e non ha più smesso. Probabile che sì, come spesso accade, abbia ragione Erri De Luca: solo il nuoto si avvicina al volo. E lei lo ha fatto per sé e per noi, che poi ce la siamo ammirata. Olimpiadi di Rio, sarebbero il prossimo appuntamento. Accontentiamoci del medagliere di oggi. Benzina ne ha ancora, ma la Pellegrini non è un jet, le aquile non hanno bisogno di carburante. Deciderà lei quando sarà il momento di appoggiarsi da qualche parte, sulla terra ferma.