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Sono giorni di fuoco in Parlamento dove, tra le altre cose, è stato avviato l’esame di atto di rilevanza essenziale per i cittadini, le imprese e la pubblica amministrazione. Si tratta dello schema di contratto di programma tra il Ministero dello sviluppo economico e la società Poste italiane S.p.a. per il quinquennio 2015-2019, con cui si regolano le modalità di espletamento del servizio universale e sono fissati gli obblighi e i diritti delle parti contraenti, i servizi per gli utenti, i trasferimenti statali, le emissioni delle carte valori postali e, infine, i rapporti internazionali.

Un atto su cui si sta aprendo un acceso dibattito nelle Commissioni IX e 8ª della Camera e del Senato di cui vale la pena dare contezza.

C’è un primo problema: l’atto è delicatissimo (riguarda il tema dell’erogazione del servizio universale, l’efficienza del servizio postale, la chiusura degli uffici) ma è stato trasmesso alle Camere solo il 24 luglio scorso, per cui le Commissioni potranno esprimersi su di esso in pochissimo tempo, senza la possibilità di svolgere audizioni e approfondimenti nelle interlocuzioni con il governo.

Poco importa se oggi, dopo la legge di stabilità 2015, il quadro normativo del settore postale risulta profondamente cambiato. Poco importa se tutto questo ha causato e continua a causare, per via della riduzione ivi prevista del perimetro del servizio universale, un mare di disagi per i cittadini – utenti. È agosto, non importa quanto denunciato da stampa e Parlamento in questi mesi.

Altro problema: quanto scritto in questo schema di contratto appare addirittura peggio di quel che qualsiasi deputato potesse immaginare, per cui le critiche sono piovute da quasi tutti i rappresentanti presenti in Commissione di Scelta Civica, M5S, Sel, Area Popolare e Forza Italia.

Apre le danze l’On. Ivan Catalano (Scelta Civica) che evidenzia, in particolare, come le disposizioni dello schema di contratto, all’articolo 2, si discostino nettamente dagli indirizzi approvati dal Parlamento, permettendo a Poste non solo di ridurre gli uffici postali, ma anche di effettuare la raccolta e il recapito degli invii rientranti nel servizio universale a giorni alterni con riferimento a un quarto della popolazione nazionale, anziché a un ottavo. In buona sostanza, l’atto conterrebbe una serie di disposizioni che consentono a Poste, sulla base di considerazioni relative esclusivamente alla riduzione degli oneri, di diminuire pesantemente, sotto il profilo sia quantitativo sia qualitativo, le prestazioni connesse al servizio universale e la propria presenza a livello territoriale.

E ha ragione l’On. Catalano, perché si legge quell’articolo e si guardano gli impegni delle Mozioni recentemente approvate dal Parlamento sul Piano industriale di Poste con cui si prevede attualmente la chiusura di 455 uffici e la riduzione di orario per 608 sul territorio, appare subito evidente come l’obiettivo fosse quello di smuovere il governo, non solo a valutare l’impatto sociale e occupazionale della razionalizzazione degli uffici, ma anche e soprattutto di favorire un confronto destinato mettere in discussione i contenuti del piano.

Ma le cose non sono andate così, visto che lo schema di contratto in questione riserva a Poste Italiane S.p.a un margine di discrezionalità e un potere decisionale tale da poter fare tutto quello che vuole, visto che il Ministero dello sviluppo economico potrà solo limitarsi a promuovere tavoli su tavoli con gli enti territoriali, ma senza che siano individuati procedure di condivisione decisionale o politiche di accompagnamento di alcun tipo.

Durissimi, neanche a dirlo, pure l’intervento dell’On. Nicola Bianchi (M5S) che ha subito annunciato una proposta di un parere contrario sull’atto e quello dell’On. Franco Bordo (Sel) che, recentemente, aveva pure presentato una interrogazione sulla chiusura dell’ufficio postale di Ombriano, un comune di Crema che serve una popolazione di oltre 6.000 cittadini.

Secondo Bordo, in particolare, l’atto deve essere letto anche tenendo conto che Poste è stata autorizzata a praticare incrementi tariffari imponenti, fino al 20 per cento, che non hanno riscontro rispetto agli aumenti tariffari praticati in altri Paesi dell’Unione europea. Inoltre, rilevanti clausole del contratto suscitano dubbi sotto il profilo della compatibilità con la normativa europea, tanto da chiedere spiegazioni al Governo sulle disposizioni introdotte nella legge di stabilità per il 2015 relative alla riduzione del perimetro universale, per sapere se queste siano state effettivamente comunicate alla Commissione europea.

Una domanda evidentemente legata anche a quanto apparso sull’agenzia stampa Reuters Italia del 25 giugno scorso dove si legge che, a partire dal febbraio 2017, la popolazione italiana coinvolta dal sistema di distribuzione a giorni alterni ammonterà al 25% e fonti di Bruxelles avrebbero fatto sapere che questo non sarebbe compatibile con la disciplina Ue che permette eccezioni molto limitate per la consegna della posta non quotidianamente. L’eccezione massima finora consentita è stata per la Grecia (dove il 6,8% della popolazione riceve la posta a giorni alterni) anche in virtù della grande quantità di isole che compongono il territorio greco. Deroghe sono state applicate in totale in favore di 14 paesi Ue, ma nella gran parte dei casi per consegne limitate a meno dell’1% della popolazione. Se il piano di Poste resta com’è, secondo quanto riferito da questa agenzia stampa, la Commissione potrebbe predisporre il lavoro tecnico per avviare una possibile procedura di infrazione.

In senso del tutto contrario anche l’intervento dell’On. Franco Biasotti (Forza Italia) che ha richiamato l’attenzione sulle disposizioni dell’articolo 10 del contratto che, nel definire le sanzioni applicabili a Poste per la violazione degli obblighi di servizio su di essa incombenti, rinvia dell’articolo 21 del decreto legislativo n. 261 del 1999 dove si prevede che una pena pecuniaria amministrativa da 5000 euro fino a un massimo di 150.0000 euro. Sanzioni, dunque, di entità molto ridotta se non addirittura irrisoria, mentre si sarebbero dovute prevedere clausole penali adeguate anche in rapporto all’entità del corrispettivo riconosciuto a Poste per lo svolgimento del servizio universale.

Altre criticità sono state, poi, rilevate durante la discussione in Commissione, come l’assenza di qualsiasi indicazione sull’impiego degli strumenti tecnologici, come il“portalettere telematico”, che dovrebbero in qualche modo sopperire ai disservizi derivanti dalla chiusura degli uffici postali, ma anche il mancato recepimento nell’ambito dello schema di contratto di alcune indicazioni formulate nell’ambito del proprio parere dall’Agcom, di cui si dà conto nel dossier del servizio studi pubblicato dalla Camera dei Deputati.

L’unica speranza a questo punto è che il governo recepisca le indicazioni che saranno espresse a breve nei pareri parlamentari, prima di procedere all’approvazione definitiva dell’atto in Consiglio dei Ministri, ma stando ai precedenti, nonostante l’impegno che devo dire tutti i gruppi parlamentari hanno sempre profuso sulle problematiche del settore postale, non credo si riuscirà ad ottenere più di tanto, con buona pace dei diritti dell’utenza, dei servizi che non funzionano, e di uno Stato che abdica a se stesso.