Dici estate e dici tormentone. Dagli stabilimenti balneari ai supermercati non si scappa dalla solita playlist di cinque o sei canzoni spinte a ripetizione. Per disintossicarvi da questo loop, abbiamo scelto tre dischi della produzione indipendente made in Italy che potranno regalarvi un suono fresco senza rinunciare alla qualità della proposta. Partiamo con l’esordio solista di Sofia Brunetta, cantautrice italo-francese già nota per aver militato nella band salentina Lola and the Lovers sino al 2012. Una lunga permanenza a Montreal le ha dato la possibilità di vivere da “insider” la scena musicale canadese e di scrivere le dieci canzoni che compongono “Former”, pubblicato a giugno da Piccola Bottega Popolare. Sbaglia chi si accosta al disco cercando solo le suggestioni dell’indie-pop canadese, in quanto l’artista ha portato a maturazione semi provenienti da ascolti onnivori. Trapela l’attitudine naturale della voce alla black music, con bagliori soul e funk in primis, aiutata anche da una sezione di fiati e un bel groove. Emerge anche una confidenza con il surf 60’s in “Arthur and I”, tra coretti e voci riverberate che potenziano l’appeal melodico. “Take me somewhere” profuma invece di essenze notturne jazzy, mentre “Golden cage” riporta in auge tentazioni electro-rock alla St. Vincent. È un disco che, forse, non ha una direzione unitaria, ma che si segnala per la presa immediata e la grande cura del suono, oltre che per una classe innata nella voce.

Andiamo poi a Palermo, con Alessio Bondì. Classe 1988, già vincitore del premio Fabrizio De André, si aggiunge alla già ricca “nuova scuola siciliana” di Nicolò Carnesi, Dimartino, Fabrizio Cammarata. Come ha fatto recentemente il conterraneo Cesare Basile, Bondì sceglie di cantare in siciliano per il suo esordio intitolato “Sfardo” (Malintenti Dischi/800A Records). La scelta del dialetto non si richiama, però, alla tradizione popolare della Balistreri, ma è dettata piuttosto da necessità espressive personali, che vengono sapientemente legati alle nobili consorterie folk di Devendra Banhart e Tim Buckley, oppure alle cavalcate ruspanti dei primi Mumford and Sons. Un disco insolito quello del cantautore palermitano, che racconta luoghi mitici con piglio acid-jazz (“Vucciria”) alternati a piccoli romanzi privati di formazione (“Rimmillu ru’ voti”). Bondì lega il suo “storytelling” alla terra di cui è figlio, ma la varietà delle soluzioni stilistiche ci parla di un artista molto attento agli umori internazionali. Sensibilità mediterranea e fine tecnica chitarristica ne fanno uno di quei talenti che potremmo esportare con orgoglio al South by Southwest Festival di Austin.

Chiudiamo con “I’m Calling You From My Dreams”, opera prima della producer salentina Matilde Davoli. Il suo nome ad alcuni sarà familiare, perché militava negli StudioDavoli, insieme con il fratello Gianluca, e con Populous nei Girl With The Gun. Nel frattempo è diventata una sound engineer, ha prodotto album per molti artisti, e da poco ha trasferito la sua residenza a Londra. L’esperienza raccolta in oltre un decennio di gavetta e i tanti stimoli ricevuti sono tutti inscritti in questo esordio, che possiamo definire già maturo. Il connubio tra elettronica e dream pop recupera una serie di atmosfere care agli ascoltatori dei Beach House, Stereolab o Wild Nothing di “Nocturne”. Fra i tanti i pezzi forti di questo album c’è il singolo “Dust”, con le sue melodie psichedeliche al sinth, riverberi 80’s e ritmiche irregolari. Poi arrivano le soundtracks per sogni nelle notti di fine estate (“Summer ending”) e per morbidissimi risvegli ad agosto (“Morning”). Meno onirici, invece, gli episodi di “Realize”, grazie alle belle progressioni di chitarra, e di “Salvation”, che ci proietta in un party a tema anni ‘80 su una stazione spaziale. Non è difficile immaginare che la Davoli, con questo lavoro, attiri la stessa stima di chi ha apprezzato in questi ultimi anni i frutti migliori della rinascenza elettronica italiana.