Un giorno, neanche due mesi fa, Rúben Espinosa Becerril ha trovato tre uomini che lo aspettavano davanti alla sua casa nello Stato di Veracruz (Messico). Lo hanno guardato in modo aggressivo, lo hanno fotografato e uno di loro gli ha fatto un segno come a dire “¿Qué pedo?”, “E allora?”. La sera, rincasando, Rubén si è dovuto nascondere in un negozio per seminare due inseguitori, e davanti al portone ha trovato altri due uomini che stavano lì, fissandolo.

Il trentunenne, che lavorava come fotografo per l’agenzia di stampa Cuartoscuro e il settimanale Proceso, è stato ucciso venerdì in un appartamento di Città del Messico. Era stato invitato a cena dalla sua amica Nadia Vera, un’attivista sociale che conviveva con altre due ragazze. Sono stati tutti freddati con un colpo alla testa, insieme alla donna delle pulizie. I cinque corpi presentavano segni di tortura e sono stati trovati con le mani e i piedi legati.

“Si era trasferito da Veracruz a Città del Messico due mesi fa per cercare nuove opportunità di lavoro”, ha affermato ieri (domenica) in conferenza stampa il procuratore Rodolfo Ríos Garza. In realtà, Rubén aveva lasciato Veracruz a causa delle continue intimidazioni che riceveva e si era rifugiato nella capitale non solo perché è la sua città natale, ma perché è considerata un porto sicuro per i giornalisti che vivono sotto minaccia.

“Tutti vengono attaccati quando criticano il governatore Javier Duarte, e me ne sono dovuto andare a causa del contesto di violenza in cui vivono i giornalisti in Veracruz”, ha affermato Rúben Espinosa in un’intervista. Da tempo il giovane, che con il suo lavoro raccontava le proteste sociali in Messico, era attivo nel denunciare le difficoltà che sono costretti a sopportare i suoi colleghi nello Stato di Veracruz, la regione più pericolosa per i giornalisti nel continente americano.

Il giovane fotografo raccontava la violenza di stato contro la libertà di espressione e del ruolo di primo piano del governatore di Veracruz, Javier Duarte Ochoa. Il giorno prima di trovare quegli uomini ad aspettarlo sotto casa, aveva partecipato a una cerimonia in ricordo di Regina Martínez, giornalista uccisa nel 2012 mentre indagava sulle relazioni tra il governo dello Stato di Veracruz e il cartello criminale de Los Zetas.

Con Rubén sono 14 i giornalisti assassinati in Veracruz dall’entrata in carica del governatore Duarte Ochoa, nel dicembre 2010. Quattro di loro sono stati trovati morti nei primi sette mesi del 2015. E ieri, poche ore prima che in varie città del paese si svolgessero manifestazioni per chiedere giustizia per Rubén e le 4 donne assassinate, in Veracruz un commando ha sparato contro la redazione – in quel momento deserta – del quotidiano Presente, e ha appiccato il fuoco.

L’associazione internazionale Article 19, che difende il diritto alla libertà di espressione, denuncia che le autorità incaricate di proteggere i giornalisti “non hanno mosso un solo dito a favore di Espinosa”, malgrado la situazione del fotografo fosse conosciuta pubblicamente. La procura ha affermato che non scarta nessuna ipotesi di indagine, e si contempla anche quella del furto, visto che l’appartamento in cui sono stati rinvenuti i cinque cadaveri è stato saccheggiato.

“Questa mi sembra la barzelletta del giorno”, ha dichiarato la giornalista e politologa messicana Denise Dresser, commentando la dichiarazione del procuratore Ríos Garza.

L’eliminazione fisica dei giornalisti scomodi non è una prassi del solo Stato di Veracruz, e il Messico è uno dei paesi più pericolosi al mondo per esercitare la professione. “Da alcuni anni ci siamo convertiti in corrispondenti di guerra nella nostra terra”, ha scritto la pluripremiata giornalista messicana Marcela Turati. Negli ultimi 15 anni, in Messico 25 giornalisti sono desaparecidos e 103 sono stati uccisi.

Nel primo semestre del 2015 le aggressioni contro la stampa sono aumentate di quasi il 40% rispetto all’anno scorso. Ogni 26 ore viene aggredito un giornalista e, secondo Article 19, la maggior parte degli attacchi non provengono dal crimine organizzato, ma dalle autorità. Autorità che, proclami a parte, non fanno il corretto uso degli abbondanti strumenti che il diritto messicano mette a disposizione per la protezione dei giornalisti. Solo il 10% delle denunce arrivano davanti a un giudice, e solo due casi sono stati risolti con una sentenza. L’impunità è ciò che permette alla violenza di riprodursi: in Messico chi uccide giornalisti sa che non dovrà pagare nessun prezzo.

“Non ho fiducia in nessuna istituzione dello stato, non ho fiducia nel governo, ho paura per i miei colleghi e per me”, ha dichiarato Rubén Espinosa poco prima di morire.