“All’università, a Milano, ho conosciuto alcune prof che mi hanno fatto venire voglia di intraprendere questa carriera: vederle mi ha aiutato a pensare che fosse possibile”. Barbara Mellone, 41 anni, dopo la laurea in biologia ha sempre desiderato costruirsi una carriera accademica. L’esempio di alcune colleghe, unito a spirito di sacrificio e numerosi spostamenti tra Europa e Stati Uniti, l’hanno portata a realizzare il suo sogno: ora insegna in un’università del Connecticut, negli Usa, come Associate professor. La strada per lo stato a stelle e strisce, però, è stata un percorso a tappe.

“Dopo la laurea mi sono resa conto che per fare carriera era necessaria un’esperienza all’estero – racconta – e quindi, vedendo anche che le mie prospettive di rimanere a Milano per fare il dottorato non erano il massimo, su consiglio di una collega ho contattato un capo laboratorio di Edimburgo, che aveva un nuovo sistema per studiare la cromatina”. Il contatto diventa poi un’opportunità e Barbara si trasferisce in Scozia.

“L’adattamento è stato molto duro per la lingua, lo stile di vita e il clima – ammette -. Però amavo passare la giornata in laboratorio, dove la maggior parte erano ricercatrici donne: l’atmosfera era vibrante, come se ogni esperimento racchiudesse un segreto da poter scoprire”. Passano così gli anni di dottorato e nel frattempo arriva anche l’amore. Nella capitale scozzese, infatti, Barbara conosce il futuro marito, un collega americano. “L’ho convinto a spostarci in California dopo il dottorato – spiega – perché avevo conosciuto un professore di San Diego che mi ha fatto entrare nel suo laboratorio di Berkeley. Lì ho iniziato a interessarmi alla segregazione dei cromosomi”.

Il percorso di Barbara prosegue così dritto, senza ostacoli. Poi arriva l’imprevisto, anche se piacevole: “Il mio post doc è durato un po’ più del solito, perché nel frattempo ho avuto due figlie. Ma se da un lato lo Stato americano non dà aiuti particolari alle donne in maternità, anzi, concede solo 6 settimane pagate, rendendo un lusso l’avere figli, dall’altra ho avuto la fortuna di avere un capo molto comprensivo, che non mi ha mai fatto pressioni. In un altro contesto questa sarebbe potuta essere la fine della mia carriera, invece ho trovato un capo che mi ha supportata”. Inoltre, racconta Barbara: “Verso la fine del post doc la mia produttività è aumentata significativamente anche perché mio marito ha smesso di lavorare ed è stato in grado di prendersi carico di molte cose”.

E infatti i suoi studi proseguono. “Sarei potuta rimanere nel laboratorio di Berkeley con un ruolo simile a quello di ricercatore italiano, ma non pensavo che avrei fatto passi avanti. In più la ricerca qui se la finanziano i capi di laboratorio, non l’università. Quindi si tratta di un lavoro instabile, perché se il capo perde i finanziamenti, deve licenziare tutti”. Così il salto verso l’insegnamento: “Ho fatto diverse domande, presentando studi, lavori, pubblicazioni. Dall’università del Connecticut mi è arrivata un’offerta che non si poteva rifiutare: un contratto come assistant professor, fondi per acquistare strumentazione, reagenti e salari per il personale che sarebbero bastati per almeno cinque anni. Poi un laboratorio grande e nuovo con annesso un ufficio tutto per me. In più la garanzia che in cinque anni, se avessi ottenuto fondi di ricerca esterni e pubblicazioni, avrei ottenuto un contratto a vita, che qui si chiama tenure. Insomma, una figata”.

Così, da lavoro, il suo diventa un sogno: “Già al secondo anno ho ottenuto fondi dalla National Science Foundation e, tre anni dopo ho ottenuto lo sponsor per altri due progetti, uno dalla stessa agenzia e l’altro dal National Institute of Health. In soli sei anni da capo di laboratorio ho ottenuto 2,6 milioni di dollari in fondi ricerca e ho pubblicato diversi lavori, incluso un articolo fatto in collaborazione pubblicato su Science”, racconta Barbara.

Quello che non riusciva a vedere in Italia, specifica, era la prospettiva di poter diventare capo di laboratorio. “Magari – prosegue – sarei potuta essere borsista, ma provare a ottenere qualcosa di più era una tentazione troppo forte. In più credo che noi siamo ancora legati allo stereotipo tradizionale della donna scienziata che per fare carriera deve fare comunque una scelta: non so se le professoresse che avevo preso a modello a Milano avessero una famiglia, ma io credevo che avere entrambi non fosse possibile. Qui in America ho visto altro: uomini che decidono di rimanere a casa e di collaborare e donne che riescono a fare carriera. Avere altri modelli è un modo per uscire dalla trappola mentale. Per me, ad esempio, avere l’aiuto di mio marito è stato fondamentale, ci siamo divisi le responsabilità”.