las sandalia de mujica 3

Quando Luis Sepulveda e Carlo Petrini, nel bel libro intitolato Un’idea di felicità, elogiano la lentezza come potente antidoto al dramma della modernità ultraveloce, cercano una soluzione virtuosa declinandola in stili di vita sostenibili e più compatibili con gli ecosistemi e la stessa natura dell’uomo. Sepulveda rivela che, in diversi contesti etnici, “la lumaca è un simbolo di equilibrio. Perché la lumaca possiede il giusto, solamente il giusto. Ha lo spazio esatto in cui abitare, il suo esoscheletro”. Un equivoco di fondo giace, neanche troppo sotto traccia, nel nostro concetto di modernità: quello secondo cui efficienza e frenesia siano inseparabili. Attirati tutti in questo mirabolante tourbillon, i cittadini sono distratti dal legittimo diritto al lavoro, come da quello del piacere. Non il lusso, si badi bene, ma il piacere. Quello delle gioie semplici.

Sembra di rileggere le indicazioni di Pepe Mujica, il presidente dell’Uruguay, citato spesso da Sepulveda, che “devolve ai poveri quasi tutto lo stipendio, non ha la scorta, gli basta avere la casa e quel che serve per mangiare”. L’uomo della sobrietà, che ha dimostrato di non voler piegare il proprio programma politico al volere del mercato. E che cerca di spiegare a tutti che la chiave della vita risiede nel diritto alla felicità. Sepulveda sostiene alcune tesi importanti: anzitutto, che dobbiamo stabilire il nostro specifico ritmo di vita. “Questo significa battersi per non soccombere al mito della vertiginosa velocità che, oggi, ci viene proposta come sinonimo di rapida soddisfazione. L’idea è che se ci affrettiamo arriveremo prima: anche alla soddisfazione, anche al piacere”. Scegliere la lentezza non vuol dire andare piano, bensì “recuperare un proprio ritmo personale di sviluppo”.

Sepulveda sottolinea anche il valore della solidarietà. Con fermezza. Solidarietà, parola associata oggi ai tagli dell’economia, vuol dire non dimenticare mail “il dovere, che abbiamo tutti, di proteggere chi è più debole di noi, chi non ha la nostra stessa possibilità di confrontarsi con il mondo”. Non si può pretendere di esser felici nell’indifferenza. “Sapere, per esempio, che chi ci è vicino vive una situazione di ingiustizia sociale è una ferita alla nostra idea di felicità”. E così, per Sepulveda, il modello politico-sociale migliore proviene ancora dall’Uruguay di Mujica, che ha fatto una scelta coraggiosa: “Noi vogliamo diventare un paese senza povertà. L’unico obiettivo che abbiamo per i prossimi dieci anni è farla finita con la povertà e garantire a tutti gli abitanti della nostra nazione una vita degna, come primo passo per avere tutti, domani, una vita piena, realizzata, e anche felice”. Invece gran parte del mondo – nazioni che sfruttano e sfruttate – sono sotto la dittatura del mercato. “La dittatura invisibile sotto il cui giogo soffriamo tutti, la dittatura del mercato, non ha etica, non ha morale, non ha un codice di comportamento, non risponde a nessuna istituzione. Il mercato lavora da solo, è onnipotente, onnipresente”. E cita le multinazionali che stravolgono le colture tradizionali con specie geneticamente modificate e imponendo la convenienza puramente commerciale di veri stravolgimenti colturali ed ambientali di fette di territorio sempre più ampie. Sempre sotto l’egida del “libero mercato”.

Tuttavia, quando da noi si propone il modello della “lentezza” di cui parlano diversi intellettuali, da tempo, si pensa subito all’indolenza, alla pigrizia, al non voler fare in attesa di qualche provvidenziale forma di assistenza. È un equivoco pericoloso, da fugare senza esitazioni. Il vero dramma, nei contesti più tormentati, è piuttosto l’innesco dell’indifferenza. Che non è lentezza, ma stasi mortifera. Incapacità e mancata volontà di capire e reagire. Quell’indifferenza fu ritratta splendidamente da Antonio Gramsci. “L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”.

Questa abdicazione alla propria volontà lascia campo libero a chi se ne avvantaggia per gestire il corso degli eventi secondo i propri comodi. E l’effetto di queste scelte nefaste viene poi presentato come un’ineluttabile fatalità. Questa indifferenza è disinteresse verso la res publica, cittadinanza dell’abulia, del non voto e della non partecipazione. Che mina, dalle fondamenta, il senso e il ruolo della democrazia. E questo atteggiamento è diffusissimo da noi. Soprattutto nel Sud Italia.

“Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale però rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente”.

Ciascuno dovrebbe domandarsi: cosa abbiam fatto rispetto all’ultimo scandalo, agli ultimi arresti, agli ultimi atti osceni della casta? Se non abbiam fatto nulla, la nostra indifferenza ci chiama in correità.