Siamo tutti negri. O lo siamo stati. O lo possiamo diventare. In “Storia vera e terribile tra Sicilia e America” (Sellerio), Enrico Deaglio indaga sul linciaggio di cinque italiani avvenuto a Tallhula, in Lousiana, il 20 luglio 1899. Come accaduto a 4-5mila neri nel ventennio a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento nel profondo Sud degli Stati Uniti, i 5 furono braccati, feriti a fucilate e poi appesi, chi al pioppo della prigione, chi a ganci da macellaio, davanti a “una folla ordinata e calma, ma molto determinata”, come ebbe a scrivere un giornale locale dell’epoca. I loro corpi ormai sfatti furono esibiti sul marciapiedi della stazione ferroviaria, monito ai nuovi arrivati. Erano tutti siciliani di Cefalù, fruttivendoli, 23 anni il più giovane, tre erano fratelli, di cognome Defatta.

Venivano dunque da quella stessa terra oggi approdo “di una tragica immigrazione di arabi e africani”, sottolinea il giornalista. E oggi come allora i “barconi” carichi di “clandestini” fomentano il razzismo, questa volta di marca italiana, sdoganato a tal punto da farsi forza di governo. Non a caso Gian Antonio Stella dedicò al linciaggio di Tallhula diverse pagine del saggio “L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi”. Con questo suo ultimo libro, Deaglio, ormai “cittadino” americano per molti mesi l’anno, approfondisce la vicenda con ricerche sul campo, documenti d’archivio, testimonianze, colloqui con storici. Coerentemente con la sua figura di giornalista-narratore, tutto comincia con una visita casuale a Tallhula e un’impiegata dell’ufficio turistico ansiosa – forse troppo – di fornire motivi d’interesse verso un paesino altrimenti qualunque.

La versione ufficiale dice che in cinque furono linciati per la questione di una capra che disturbava il medico del paese – bianco al 100% – e la successiva controversia sfociata in una sparatoria e nel ferimento di quest’ultimo (che se la caverà). Deaglio arriva invece a inquadrare l’eccidio in un vero e proprio pogrom anti-italiano (non il solo in quegli anni da quelle parti) logica conseguenza del clima dell’epoca. Dopo la guerra di Secessione e l’abolizione della schiavitù, racconta l’ex direttore di Diario, i possidenti degli Stati del Sud avevano bisogno di nuova manodopera nei campi di cotone e canna da zucchero per rimpiazzare i neri liberati, e che avevano individuato le braccia adatte – scartati i gracili cinesi – negli italiani meridionali, siciliani in particolare.

Scafisti legalizzati battevano i paesini immiseriti magnificando un Eden truffaldino – come oggi la tv via satellite – ai siciliani affamati e traditi dalle promesse garibaldine di redistribuzione delle terre. Chi accettava, al contrario, dopo la traversata trovava un inferno di fatica, febbre gialla, sorveglianti armati, schiavitù del debito. Così nacquero al di là dell’Atlantico i “dagos”, dispregiativo di etimo incerto che connotava gli immigrati italiani: “Mezzi bianchi, mezzi neri, la nuova razza inferiore“, sintetizza Deaglio. Che dunque, come argomentavano apertamente politici dell’epoca, potevano essere legittimamente sottoposti alla giustizia sommaria del cappio e della torcia. “Era tempo che a quella razza fosse data una lezione” fu il commento al linciaggio degli italiani distillato da Theodore Roosevelt, futuro presidente.

LA FRASE. “Brutte idee nacquero in quel periodo, e presero a soffiare, ad organizzarsi, a diventare potenti e paurose”.