“Non c’è stata alcuna svolta: di fatto, per ora, il Jobs Act si sta rivelando un fallimento”. Michele Tiraboschi, docente di Economia all’università di Modena e Reggio Emilia e presidente di Adapt, il centro studi sul lavoro fondato da Marco Biagi, non usa mezzi termini per commentare i nuovi dati sulla disoccupazione diffusi oggi dall’Istat. Il tasso generale è al 12,7%, la quota di quella giovanile addirittura 44,2%. Il livello più alto dall’inizio delle serie storiche nel primo trimestre del 1977. Insomma, nonostante i trionfalistici annunci del presidente del Consiglio la realtà sembra essere rimasta la stessa. Il motivo? “Renzi si è fatto prendere dalla frenesia del fare”, spiega Tiraboschi a ilfattoquotidiano.it. “Il problema sta nel fatto che per ‘cambiare verso’ al mercato del lavoro il suo governo ha iniziato dal tetto e non dalle fondamenta. E su alcuni temi, come quello della ricollocazione, si sta andando avanti improvvisando”.

Professore, i numeri dell’Istat dicono che questa riforma non sta dando i risultati sperati.
Tutti i dati di scenario nazionale e internazionale dicono che non avrà alcun effetto. Dopo sei mesi di applicazione del generosissimo esonero contributivo per i nuovi assunti e dopo i primi tre di assunzioni liberalizzate non c’è stata alcuna svolta. Si tratta di interventi che hanno un effetto shock legato alla fiducia delle imprese e del mercato del lavoro, ma neppure con la somma delle misure messe in campo sono stati finora raggiunti risultati tangibili.

Lei è arrivato addirittura a definire il Jobs Act come il “nuovo apartheid”.
Sì, perché al momento trovo che la riforma sia tutta nel superamento dell’articolo 18 e nient’altro. Ciò ha moltiplicato i dualismi fra Nord e Sud, dove ci sono due mercati del lavoro completamente diversi e paralleli, ma anche fra nuovi e vecchi assunti, lavoro pubblico e privato, lavoratori e lavoratrici. Non si è creato un mercato con opportunità universali. Per invertire la rotta, il governo dovrebbe puntare su politiche attive, ricollocazione e Garanzia Giovani, che non sta funzionando.

A proposito della Garanzia Giovani: anche questo progetto si sta rivelando un fallimento.
Dopo più di un anno dal lancio del progetto crescono la disoccupazione e l’inattività giovanile. Ma basta collegarsi sul sito del ministero del Lavoro per rendersi conto dello scandalo: tirocini “usa e getta” pagati dallo Stato che non permettono in alcun modo ai ragazzi di farsi conoscere e rimanere in azienda. Di fatto sono finti: non rappresentano reali opportunità per migliorare la loro situazione. Lo Youth Guarantee rappresentava l’antipasto del Jobs Act, perché se fallisci con i giovani è poi evidente che succederà lo stesso con l’intera platea di coloro che cercano un impiego. Un segnale di allarme che il governo ha ignorato.

A questo punto, dunque, cosa dovrebbe fare l’esecutivo?
Renzi si è fatto prendere dalla frenesia del fare, ma il Paese non cambia con leggi che poi rimangono sulla carta. Sul fronte lavoro l’errore è stato quello di partire dal tetto e non dalle fondamenta. Chiunque si occupi un minimo di flexsecurity sa che prima si costruiscono le tutele sul mercato e poi si liberalizza quest’ultimo. Il governo ha cominciato eliminando l’articolo 18, che sarebbe stata l’ultima cosa da fare, e poi in sei mesi ha prodotto otto decreti legislativi, quattro già pubblicati in Gazzetta ufficiale, improvvisando.

Continui.
Fossi in loro prenderei più tempo: il decreto sulle politiche attive e sulla ricollocazione, attualmente in discussione, è disastroso e andrebbe riscritto daccapo. Il secondo tema, la ricollocazione appunto, è passato in questi mesi da un decreto all’altro per poi essere abrogato prima ancora che fosse in funzione. Inoltre l’accordo sulle politiche attive raggiunto giovedì fra Stato e Regioni è semplicemente una spartizione di potere nell’ottica di chi detiene le competenze e non della funzionalità del servizio.

Il rapporto dello Svimez, presentato ieri, è tornato a fare luce sulla disastrosa situazione del Mezzogiorno. Per giovani e donne si parla addirittura di “frattura senza paragoni in Europa”.
Al Sud c’è ormai una desertificazione tale da portare i giovani a cercare lavoro al Nord o negli altri Paesi. Personalmente ho provato più volte a portare un centro di ricerca nel Mezzogiorno trovando però un contesto – rappresentato da istituzioni, politica e università – chiuso, diffidente, rivolto solamente al tornaconto personale che non aiuta a crescere. Tutto è basato sulle clientele politiche. Ed è proprio la cattiva politica che sta uccidendo quel territorio. Le conseguenze di questa situazione, però, le paghiamo tutti.

Twitter: @GiorgioVelardi