È morto due anni fa, come nessuno si sarebbe mai aspettato: nel letto di un ospedale di Karachi, in Pakistan, gravemente malato. L’intelligence afgana ha annunciato, così, la morte del mullah Omar, una delle figure più misteriose della storia dell’Afghanistan. Un uomo dall’identità misteriosa che, però, è stata alla guida di uno dei regimi più sanguinari della storia recente. Una faccia di cui si erano persa traccia ormai da più di 12 anni, ma che stava diventando troppo ingombrante per intavolare i colloqui di pace tra i Taliban e il governo di Ashraf Ghani che puntano, oggi, a dare la spinta necessaria al Paese in tema di sicurezza interna.

“Il Mullah Omar – spiega a IlFattoQuotidiano.it Sher Jan Ahmadzai, coordinatore del Centro per gli studi afghani dell’Università del Nebraska ed ex funzionario dell’amministrazione dell’ex presidente Hamid Karzai – era probabilmente morto due anni fa, come ha poi annunciato l’intelligence afgana, ma la sua figura era fondamentale per tenere unito il gruppo, per evitare uno sgretolamento che avrebbe portato alla fine dei Taliban. Sono due anni che la leadership del movimento specula sulla figura della guida spirituale”. In pochissimi potevano dire di averlo incontrato anche solo una volta e la sua cerchia di collaboratori era ristrettissima e formata da uomini di fiducia. Tutti gli altri membri del movimento vivevano nel mito della storica guida spirituale Taliban. “Proprio grazie al suo essere invisibile – continua l’analista – il mullah Omar è stato usato come figura carismatica per tenere unito il gruppo. La leadership prendeva le proprie decisioni, ma la base, i miliziani, i combattenti hanno bisogno di un capo che li guidi. Loro avevano nel mullah Omar il loro capo e i vertici Taliban sfruttavano questa figura carismatica per evitare che il movimento si disunisse”.

Una popolazione stanca delle lotte e delle violenze interne, un movimento che non è più il gruppo che, kalashnikov in braccio, è riuscito a imporre per cinque anni, dal 1996 al 2001, un’interpretazione estremista della Sharia in Afghanistan e che, adesso, sta accusando l’ascesa di gruppi radicali come Islamic State in Khorasan hanno costretto la leadership Taliban ad accettare i colloqui di pace con il governo Ghani. L’esecutivo, però, ha chiesto massima trasparenza e la figura del mullah Omar stava diventando troppo ingombrante. “Ci sono diversi possibili motivi per spiegare la decisione di annunciare la morte della guida Taliban – continua Ahmadzai – alcuni gruppi Taliban, come i Fidaee Mahaz, chiedevano sempre più spesso prove riguardo alle condizioni del loro leader, minacciando di abbandonare il movimento e abbracciare la causa di Isis nel Paese. L’altra ragione può invece essere legata alle negoziazioni: il governo ha chiesto di conoscere i propri interlocutori, ha chiesto trasparenza e prove sulla sopravvivenza del mullah Omar. Prove che la leadership Taliban non poteva fornire”.

È così che, allora, dopo una settimana dall’annuncio del movimento, proprio a firma della loro guida spirituale, di voler intavolare dei colloqui di pace, viene fatta uscire la notizia della morte dell’ex leader del gruppo armato: il prezzo da pagare per frenare l’avanzata dei fedeli allo Stato Islamico all’interno del Paese. “In Afghanistan – conclude Ahmadzai – Isis è, dal punto di vista politico e sociale, ancora un’entità aliena, che non si inserisce nelle dinamiche del Paese. Diverso è il discorso da punto di vista militare, dove stanno riscuotendo dei successi. Le loro ideologie, però, non attecchiranno in una popolazione e in una base armata Taliban sempre più orientate verso i colloqui di pace. L’annuncio della morte del mullah Omar, paradossalmente, può rappresentare un vantaggio per il gruppo da lui guidato in passato, favorendo il reclutamento di nuovi fedeli che vogliono essere rappresentati da una guida Taliban” che porti avanti i dialoghi per arrivare a una pace che la popolazione chiede ormai da anni.

Twitter: @GianniRosini