Da 40 anni il Cantiere Internazionale d’Arte, contenitore formativo d’eccellenza che promuove le arti sceniche, con un occhio di riguardo per la musica classica, anima il borgo medievale di Montepulciano e i vicini paesini della Val di Chiana con più di 100 allestimenti tra opere liriche, concerti, teatro, danza e performance. Il festival, che si snoda tra il Teatro Poliziano e la piazza principale e che propone principalmente esecuzioni inedite, giunge alla terza e ultima settimana di programmazione, e culmina sabato 1 agosto nel gran concerto finale diretto da Markus Stenz, Jan Latham Koenig e Roland Böer- direttore artistico musicale dell’intero festival. È proprio Böer che, avendo diretto la soprano curda Pervin Chakar nel “Flauto magico”, andato in scena lo scorso dicembre al Petruzzelli, la invita a partecipare con un suo spettacolo al Cantiere. Dopo essersi diplomata e laureata al Conservatorio Morlacchi di Perugia, Chakar ha debuttato nel 2005 con Carmina Burana di Orff al Teatro dell’Opera di Stato di Ankara, ha cantato al Petruzzelli di Bari, al Politeama Greco di Lecce, al Gran Teatro della Fenice di Venezia, alla Scala di Milano, oltre ad essere stata ospitata in importanti teatri in Spagna, in Russia, in Irlanda ed aver vinto prestigiosi premi. L’abbiamo raggiunta nella sua casa di Perugia.

Pervin, come nasce Il paese che non c’è , lo spettacolo che portate in scena venerdì 31 luglio a Montepulciano?
Nel dicembre del 2014 ho cantato a Bari ne “Il Flauto Magico”. Il direttore Roland Böer, quando ha saputo che ero curda, mi ha subito invitata al Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, che quest’anno è dedicato al tema “Terra, guerra e pace”. Ho voluto avere con me due grandi artiste curde, la poetessa Hervi Dilara e la pianista Aytenlnan.

Perché hai scelto di coinvolgere la poetessa e militante Hervi Dilara?
Ci conosciamo da molti anni, e da anni mi affascina la sua figura, perché oltre al suo impegno politico e alla militanza, è una grande poetessa e artista, si occupa da anni di cinema e mi piaceva l’idea di coinvolgerla in occasione del Cantiere, per offrire la sua opera al pubblico di Montepulciano.

Il paese che non c’è: come avete scelto il titolo dello spettacolo?
È stato semplice. Io, Hevi e la pianista che ci accompagnerà siamo curde, ma non abbiamo un vero e proprio paese. I curdi vivono in una zona divisa territorialmente tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Viviamo in Kurdistan solo nei nostri sogni. Da qui “Il paese che non c’è” del titolo.

In scena alternerete canzoni curde a pezzi di Dvořák, Liszt e Schubert e alla lettura delle poesie di Hevi Dilara. Come spieghi questa composizione multidisciplinare dello spettacolo?
Abbiamo lavorato insieme alla scaletta con l’idea di portare un po’ della nostra cultura in Europa, cosa che facciamo normalmente come artiste. Ci sono molti compositori europei che hanno affrontato il tema della guerra; a me interessa confrontare il nostro dolore, il modo in cui lo esprimiamo, con quello che esprimete qua. Il dolore per la guerra è lo stesso ovunque e la musica come linguaggio universale è una forma espressiva perfetta per veicolare certi messaggi. Le canzoni curde sono scelte secondo un criterio narrativo: mi interessava che raccontassero la storia del popolo curdo. Cercheremo di creare un’atmosfera raccolta, come si fa quando si racconta una storia.

Qual è il ruolo della donna nella cultura curda?
Da noi le donne sono uguali agli uomini, lo dimostra l’esempio delle guerrigliere dell’YPJ, l’Unità di Protezione delle Donne che combattono contro l’Isis. Il loro operato è famoso anche in Europa, ma continua a stupirmi la loro bellezza ed il loro coraggio. Le donne curde partecipano attivamente alla vita pubblica: esistono molte forme associative tra le madri che vedono partire i loro figli per la guerra, Le Madri della Pace, o tra donne che hanno perso i loro cari e da anni non ne hanno notizia, come le Madri del Sabato (Dayikên Şemiyê) che da 20 anni ogni sabato manifestano in piazza a Istanbul. Per quanto mi riguarda, come donna e artista sento una grande responsabilità perché lavorando all’estero ho la possibilità di portare nel mondo la mia cultura.

Qual è la parte dello spettacolo che trovi di maggior impatto?
La poesia La Mesopotamia di Hevi Dilara. Parla della bellezza del territorio del Kurdistan, della sua ricchezza e della sua storia. La guerra è molto presente nel nostro destino, ma ci piace ricordare il nostro paese anche attraverso altri elementi.

Dopo la prima di venerdì 31 a Montepulciano, avete in programma altre repliche?
Non al momento. Speriamo però di portare questo spettacolo su altri palchi perché per noi è davvero importante ed emozionante poter raccontare la nostra storia adesso che c’è tanta attenzione da parte dell’Europa sulla questione curda. Prima che Kobane venisse assediata dall’Isis, il mondo non sapeva chi fossimo. Sembra che siamo divenuti eroi adesso, ma sono molti anni che lottiamo. Portare in giro la nostra storia attraverso l’arte, e non solo attraverso la guerra, sarebbe un grande risultato.