rostagno mauro 640A oltre un anno dal verdetto che ha condannato i mafiosi Vincenzo Virga e Vito Mazzara quali esecutori materiali dell’omicidio di Mauro Rostagno, sono finalmente arrivate le motivazioni della sentenza: oltre tremila pagine che ricostruiscono nel dettaglio il movente e le modalità del delitto che, ventisette anni fa, ha messo a tacere per sempre una delle voci più coraggiose e libere del giornalismo italiano: quella dell’uomo che vestito di bianco, la folta barba nera a incorniciare il volto sorridente, ogni sera da una piccola televisione privata di Trapani denunciava i misfatti e le collusioni politiche di Cosa Nostra. E che per questo da Cosa Nostra venne condannato a morte e giustiziato.

Il lunghissimo tempo preso dal presidente della Corte d’Assise Angelo Pellino, per produrre infine le motivazioni fa intendere quanto accurato sia stato il lavoro dei giudici per arrivare alla verità in un processo durato tre anni.

E finalmente oggi, dopo i depistaggi che per oltre un ventennio avevano cercato di classificare l’omicidio Rostagno come una “questione di corna” o come un delitto maturato all’interno della comunità di recupero Saman e addirittura della sua stessa famiglia, si può leggere nero su bianco che la pista giusta era quella seguita inizialmente dalla polizia e subito abbandonata dai carabinieri che la sostituirono nelle indagini: cioè la pista mafiosa.

“L’indagine sul movente dell’omicidio di Mauro Rostagno, che ha impegnato larga parte dell’istruzione dibattimentale, ha consentito di misurare tutta l’inconsistenza delle piste alternative a quella mafiosa, che pure sono state esplorate, senza preconcetti, e dando il più ampio spazio alle istanze e agli impulsi delle parti interessate a coltivarle” è scritto nelle motivazioni. “Di contro, a partire proprio da una ricognizione dei contenuti salienti del lavoro giornalistico della vittima, di talune sue inchieste in particolare, ma del suo stesso modo di concepire e soprattutto di praticare il giornalismo e l’informazione come terreno di elezione di una ritrovata passione per l’impegno civile, profuso anzitutto nel contrasto al fenomeno della droga, nel solco dell’equazione lotta alla droga=lotta alla mafia, è emerso come Cosa Nostra avesse più di un motivo, e uno più valido dell’altro, dal suo punto di vista, per volere la morte di Rostagno”.

Nelle motivazioni della sentenza vengono anche riconosciute quelle qualità di Rostagno (acume investigativo e capacità di analisi) che, in definitiva, ne hanno decretato la morte: “E’ stato possibile portare alla luce anche una parte ‘sommersa’ del lavoro d’inchiesta del sociologo torinese che attesta la profondità e l’acutezza del suo sforzo di approfondimento e di studio del fenomeno mafioso come concrezione violenta di un sistema di potere di cui egli indagava, con metodo scientifico e da sociologo qual era le radici strutturali, ma senza trascurare l’immersione nell’attualità e nella concretezza del fenomeno criminale. E con questa profondità visiva che gli veniva dal possesso degli strumenti e delle attitudini di studioso egli stava approfondendo una sua personale ricerca dei retroscena dei più eclatanti delitti che avevano insanguinato la provincia trapanese negli ultimi anni, nella convinzione che vi fosse un filo che li legava gli uni agli altri, rimontando indietro fino alla strage di via Carini, all’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, intravedendo nell’omicidio Lipari un delitto di rilevanza strategica, rivelatore di una competizione in atto con una nuova mafia che contendeva con crescente successo alla vecchia guardia l’egemonia”.

Ci vorranno giorni e giorni per leggere e comprendere nel profondo l’enorme fascicolo delle motivazioni. Un tempo che non spaventa certo la famiglia Rostagno – la figlia Maddalena e la compagna Chicca Roveri – abituata, purtroppo, ad attese ben più lunghe, avendo aspettato ben 27 anni per avere giustizia.