“Chi salva una vita”, dice il Talmud babilonese, “salva il mondo intero”. E la famiglia Andreoni, che ai tempi della seconda Guerra Mondiale viveva a Fanano, in provincia di Modena, sulle montagne dell’Appennino emiliano romagnolo, di vite ne ha salvate quattro. Quelle di Cesare Valabrega, di sua moglie Carla, e delle figlie Benedetta e Emma. E per questo, il 29 luglio è stata insignita dall’ambasciatore di Israele Dan Haezrachy dell’onorificenza di Giusto tra le Nazioni, il riconoscimento assegnato ai non ebrei che ai tempi della Shoah agirono in modo eroico, e a rischio della propria vita, per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista. 24mila in tutto, dal 1962, anno in cui la commissione guidata dalla Suprema corte israeliana si insediò, a oggi, sono i Giusti riconosciuti, tra cui Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Irena Sendlerowa e Giovanni Palatucci.

“La storia delle famiglie Andreoni e Valabrega è una di quelle storie che potresti trovare scritte in un romanzo – racconta Massimo Turchi, storico di Fanano, la cui famiglia era legata da un’amicizia ai Valabrega – e ovviamente, l’aspetto più bello è che è a lieto fine”. Iniziò nel 1938, quando l’Italia promulgò le leggi razziali fasciste, e i Valabrega, Cesare e Carla, concertisti ebrei bolognesi, persero il lavoro, trovandosi costretti a vivere d’espedienti, sempre in fuga. “Si spostarono di città in città, grazie ai documenti falsi forniti dal Cln bolognese, il Comitato di liberazione nazionale, col quale Cesare era in stretto contatto – racconta Turchi – finché, nell’autunno 1942, la famiglia arrivò a Sestola, sistemandosi nella casa di Luigi Galli”. Sull’Appennino all’epoca erano sfollate numerose famiglie ebree, e per qualche mese, i Valabrega affittarono una casa, finché alcuni amici da Bologna li convinsero che era necessario trasferirsi ancora, per evitare di essere scoperti dall’esercito nazifascista. Così, nel 1943, il parroco di Sestola consigliò loro di recarsi a Ospitale, nella vallata di Fanano, dove curato della parrocchia locale, don Giovanni Ricci, li accompagnò a casa di Gildo Andreoni.

Lì, la famiglia Valabrega visse nascosta per due anni in una stanza al primo piano di casa Gioiello, così si chiamava il casolare di proprietà degli Andreoni, Gildo, la moglie Elisa, e le figlie, Rosa e Adelinda. “E uno degli aspetti che più colpiscono di questa storia – spiega Turchi – è che in paese tutti sapevano, o sospettavano, che una famiglia di ebrei fosse nascosta lì, a casa dei loro vicini, ma nessuno disse una parola. Nessuno fece la cosiddetta spiata. Tutta la comunità contribuì a proteggere i Valabrega, a rischio della loro stessa vita”. Un giorno, ad esempio, i militari repubblichini delle Rsi andarono a casa Andreoni per prelevare Gildo, che, rientrato dalla Russia, era considerato un disertore, con la famiglia Valabrega sempre nascosta in una camera del primo piano. “Fu una fortuna che l’abitazione non venne perquisita”. La famiglia, quindi, si salvò, e nel 1944 fu in grado di oltrepassare la Linea Gotica per raggiungere Roma.

Oggi quella storia è raccontata dalle nuove generazioni di Fanano, attraverso lo spettacolo teatrale “Una famiglia nella bufera” scritto e interpretato dagli studenti della Scuola Secondaria, curato dalla professoressa Caterina Muzzarelli, che la sera della prima vide ospite il nipote di Cesare Valabrega, Marco, che partecipò allo spettacolo con un contributo musicale. “Un bell’epilogo per tutta la comunità di Ospitale, che sarà presente al momento del conferimento dell’onorificenza”.

Alla cerimonia parteciperà anche Emma Valabrega, che all’epoca dei fatti aveva un anno, e si svolgerà, non al museo dello Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme, ma al centro tematico Monti della Riva a Trignano, frazione di Fanano. Un museo non ufficiale, che nelle sue sale racchiude 40 biografie di altrettanti personaggi che ebbero un ruolo, positivo o negativo, durante la Seconda Guerra Mondiale: soldati tedeschi, soldati americani, partigiani, staffette, uomini e donne che nascosero chi fuggiva dall’esercito nazifascista, semplici cittadini che contribuirono come poterono alla Resistenza. “Un luogo della memoria, insomma – spiega Turchi – perché la storia va ricordata attraverso tutte le sue sfaccettature, positive o negative, sia conoscendo il nome dei carnefici, sia quello delle vittime, sia degli eroi”.