Che cos’hanno in comune L’Aquila con il dissesto idrogeologico, l’efficienza energetica con una pista ciclabile, il fiume Po con le scuole italiane? Apparentemente nulla, o forse tanto.

A me sembra che il Paese stia franando, un granello ogni giorno. Ci sono, di tanto in tanto, smottamenti più visibili e spaventosi, che fanno notizia (un’alluvione, un terremoto, il tetto di una scuola che viene giù…). Ma il disfacimento complessivo del sistema Italia è una faglia che si allarga lentamente, in silenzio. Nell’indifferenza e nella rassegnazione dei più, nella complicità vorace dei pochi che vi speculano.

Immaginiamo la facciata di una chiesa, o le mura pericolanti di un borgo antico. Meritano rispetto, quei luoghi, che spesso sono simboli e pezzi di una storia che dovrebbero appartenerci. La carta d’identità di una comunità che non si considera più tale, perché semplicemente ha smesso di riconoscersi. Peggio, di cercarsi. La verità è che quella facciata, quel muro, molto probabilmente crolleranno. Perché a nessuno interessa metterli a posto, sistemarli. Perché la manutenzione delle cose ha smesso di essere una cosa opportuna e intelligente, e nel tempo dell’usa e getta dove tutto si consuma ecco che paga di più fare nuove opere, magari sullo scheletro di quelle passate.

Proviamo a pensarci. La manutenzione richiede tempo, pazienza, parsimonia e lungimiranza. Ci vuole passione e rispetto, cura del passato e attenzione. Quanto di tutto questo è considerato cool da una classe dirigente nazionale e locale che fabbrica eventi, oggetti, grandi opere, al solo scopo di creare consenso e alimentare, drogandola, un’economia del fare fine a se stessa che calpesta tutto ciò che incontra sul suo cammino (diritti, territorio, futuro)?

Ogni volta che crolla un ponte, ogni volta che una montagna si mangia case e persone, ogni volta che un torrente si riprende il suo pezzo di terra occupato abusivamente, ci stupiamo. Inorridiamo giusto il tempo di un tigì. Annunci, promesse, programmi di opere da realizzare. Passa un anno, e siamo da capo. Vale per le mille tragedie annunciate che a ogni autunno si ripresentano come tanti puntini infuocati sulla cartina d’Italia. Vale per una città lasciata morire e abbandonata come L’Aquila. Vale per il nostro fiume più lungo, il Po. Vale per Pompei e per il vasto patrimonio storico e artistico del Paese. Vale per i parchi nazionali, e per il parchetto sotto casa…

Qualche anno fa scrissi che mi sarei riconciliato con la politica nazionale il giorno che avessi visto al lavoro un ministro delle Piccole Opere. Ecco, oggi a quel ministero ne affiancherei un altro, quasi gemello: il ministero delle Manutenzioni. Affidando l’individuazione degli spazi e delle infrastrutture per le quali intervenire ai vecchi di ogni singola comunità. Prefetti del tempo messi anche loro all’angolo da una società che non si concede il lusso di invecchiare, senza vergognarsene. Un attimo prima, se non è già troppo tardi, per evitare che il rancore e la rabbia ci vincano, come Paolo Zardi coglie i suoi personaggi nel bel libro “XXI secolo”: “L’odio di classe aveva lasciato il posto all’odio razziale che andava lasciando spazio a una forma inedita di risentimento primitivo, inclassificabile, destrutturato, totalizzante. La gente odiava la gente tutto il giorno, tutti i giorni.”