Da quando la Concordia è andata a fondo tanti sono stati i libri pubblicati a partire dagli istant book per sfruttare l’onda emozionale, alle inchieste di anticipazione delle istanze processuali, tutti hanno tentato di ricostruire spesso con approssimazioni e “mezze verità” quanto avvenne quella tragica notte che è rimasta indelebile nella memoria di ciascuno di noi. Una vera e propria ferita che non si rimargina per chi di mare si occupa!

Ebbene oggi un nuovo libro si aggiunge alla vasta congerie di carta stampata, è la “verita” di Francesco Schettino scritta a quattro mani con la giornalista Rai Vittoriana Abate per i tipi di un editore napoletano. Si chiama, appunto, “Le verità sommerse”, anche se di sommerso sino ad oggi c’è solo una meravigliosa nave gettata “a scogli” da una prodigiosa negligenza. Perché bisogna ricordare che Schettino è stato già condannato a 16 anni di reclusione tra cui cinque anni per omicidio colposo, un anno per abbandono di incapaci e un mese per le mancate comunicazioni.

Ebbene nel suo volume di circa 600 pagine ricco di lettere e documenti (evidentemente già prodotti nelle sedi appropriate) egli vorrebbe ribaltare la sentenza. Innanzitutto “il comandante” punta l’indice contro il suo stato maggiore a cominciare dalla notte del 13 gennaio quando in plancia è di guardia il primo ufficiale, ci sono altri tre ufficiali e il timoniere. Lui arriva alle 21.34. Aveva già disposto il passaggio a 0,5 miglia dalla punta più estrema del Giglio, modificato la rotta per far salutare l’isola (l’inchino) da parte del maitre, che sarebbe sbarcato il giorno seguente. Ma quando alle 21.39 prende il comando la nave quella non è dove dovrebbe essere e nessuno sa dargli spiegazioni adeguate. Tratto d’inganno, dunque, Schettino ipotizza anche un sabotaggio della scala del radar.

Il secondo errore, fatale secondo il comandante, lo avrebbe commesso il timoniere che avrebbe sbagliato rotta rispetto agli ordini da lui impartiti. E sarebbe stato solo grazie ad una sua manovra ben riuscita che la “Concordia” si sarebbe adagiata su un fianco sugli scogli. Il comandante sostiene poi di aver gestito l’emergenza, compreso l’ordine di abbandono nave. Ma anche in questa fase, Schettino non sarebbe stato supportato a dovere dal suo staff, che non gli avrebbe riportato tempestivamente e informazioni sulla reale situazione, cioè l’allagamento di cinque compartimenti stagni.  A condizionare il corso post-evento, secondo Schettino, avrebbe contribuito anche la diffusione dell’ormai celebre telefonata del capitano di fregata Gregorio De Falco. “Ha voluto credere e far credere che io avessi deliberatamente e prematuramente abbandonato la nave e che volessi scappare a casa” scrive.

Noi riteniamo che ciascuno debba essere libero di raccontare la “sua verità” nell’epoca dei processi mediatici a volte serve più che altro come strategia processuale, ma lasciando a chi legge ogni altra considerazione vogliamo ricordare come si comportò un altro Comandante italiano. E la C maiuscola non è un caso. Parliamo di Pietro Calamai che subì l’affondamento dell’ “Andrea Doria”, lui morì solo e abbandonato nonostante realmente non avesse responsabilità, dopo l’incidente si chiuse in un dignitoso silenzio quantomeno per rispetto alle vittime.

Con questo libro Schettino abbandona la nave un’altra volta.