La proprietà del Financial Times passa al gruppo giapponese Nikkei. Come già avvenuto quando Murdoch acquistò il Wall Street Journal non mancano le preoccupazioni su possibili cambiamenti nella linea editoriale. Ma un Ft addomesticato si esporrebbe alla concorrenza di rivali più agguerriti.

di Riccardo Puglisi, 24 Luglio 2015, lavoce.info

Prima di FT, il caso News Corp

Ci ricordiamo di vivere in un mondo globalizzato quando qualche grande impresa europea ne acquista una extra-europea, oppure quando accade l’opposto. Tuttavia, la risonanza dell’evento è ancora maggiore quando le imprese coinvolte appartengono al settore dei mass media. È il caso della vendita, appena avvenuta, del giornale finanziario Financial Times da parte del gruppo Pearson – che vuole concentrarsi nel settore dei libri di testo – a Nikkei, il più grande gruppo editoriale indipendente in Asia e proprietario della testata finanziaria omonima.

La prima ragione della maggiore rilevanza dell’evento è di fatto tautologica: i giornalisti sono intrinsecamente interessati a quanto avviene all’interno del loro settore, e sono dunque portati a coprire la notizia con più attenzione. Qualcosa di simile, anzi in proporzioni maggiori, avvenne nell’estate del 2007, quando la News Corp di Rupert Murdoch riuscì a convincere la famiglia Bancroft a vendergli la quota di controllo del Wall Street Journal per 5 miliardi di dollari. In quel caso, particolarmente degne di notizia furono le resistenze della famiglia proprietaria e le preoccupazioni relative al mantenimento dell’indipendenza editoriale della testata, rispetto alla quale la stessa famiglia Bancroft richiese e ottenne condizioni di garanzia da parte dell’acquirente. Per il Financial Times l’elemento mediaticamente più saliente è consistito nell’attesa su chi fosse l’acquirente finale del quotidiano, dopo che il gruppo Pearson aveva ufficialmente fatto sapere di essere in trattative ben avviate per la vendita. Appena prima dell’annuncio da parte di Nikkei, sembrava anzi che il favorito per l’acquisto fosse il gruppo tedesco Axel Springer, proprietario di Die Welt e Bild.

La seconda ragione dell’importanza attribuita a questo tipo di affari “globali” è più profonda e si collega al concetto stesso di “quarto potere” e “quinto potere”, le etichette da lungo tempo attribuite a stampa e televisione, a motivo della loro capacità di influenzare le priorità di cittadini e governi.
L’idea è che nuovi proprietari di giornali o canali televisivi importanti possano imprimere una svolta ai contenuti della testata acquistata, cambiandone la linea editoriale sotto diversi punti di vista. Nel caso del Wall Street Journal la preoccupazione principale era relativa a un cambio nella linea del giornale, tale per cui le posizioni conservatrici di Rupert Murdoch potessero influenzare in maniera pervasiva anche la sezione delle notizie, allineandola alla posizione della pagina degli editoriali, di stampo conservatore già prima dell’arrivo di Murdoch.

Cambierà il Financial Times?

Nel caso del Financial Times, se da una parte si può comprendere la volontà di Nikkei di diversificare il proprio business dal punto di vista geografico e di fregiarsi di un “fiore all’occhiello” a livello globale, dall’altro lato la preoccupazione sui cambi nella linea editoriale non riguarda l’aspetto politico, ma quello più genuinamente legato al business stesso di un giornale economico-finanziario, che principalmente si occupa di imprese.

Come ben argomentato dal quotidiano progressista inglese The Guardian, il rischio è che la cultura giapponese improntata al “rispetto” delle strutture esistenti induca a moderare eccessivamente l’attitudine da “cane da guardia” (watchdog) rispetto agli scandali e in generale alle cattive notizie relative alle società di cui il Financial Times generalmente si occupa. Tuttavia, il prestigio e la capacità da parte del quotidiano finanziario di creare utili vendendo abbonamenti si fondano essenzialmente sulla politica di dare notizie nella maniera più integra possibile ai soggetti che pagano, leggono e decidono sulla base delle nuove informazioni – non distorte – che in questo modo possono acquisire.

In fin dei conti, hanno probabilmente ragione Edward Herman e Noam Chomsky nel loro fondamentale libro sui media Manufacturing Consent: è più facile omettere notizie a fini politici o propagandistici su giornali “popolari” come The Sun, mentre dal punto di vista delle élite che hanno il potere (nella misura in cui questo potere l’hanno davvero e sanno gestirlo in maniera coordinata) non è sensato peggiorare il contenuto informativo dei media usati dalle élite stesse per prendere decisioni razionali, come nel caso di una testata finanziaria di assoluto rango quale il Financial Times. E, in definitiva, se anche la nuova proprietà soggiacesse alla tentazione, rimarrebbe sempre il buon vecchio concetto della concorrenza: un Financial Times addomesticato e blando lascerebbe spazio e profitti ad altre testate dotate dei denti e degli occhi adatti per fare i cani da guardia.