PARIGI – Maledetta Zelanda! Lì, nella seconda tappa olandese – quella delle dighe flagellata dal vento e dalle cadute – Nairo Quintana ha perso il Tour, mentre l’astuto e cinico Chris Froome l’ha vinto, alla faccia del fair play di cui si vanta: quando lui e Alberto Contador hanno visto in difficoltà il colombiano e Vincenzo Nibali, rimasti attardati per una caduta collettiva del plotone, non hanno fatto i gentiluomini né si sono adeguati “alle regole non scritte” del ciclismo, come si vanta il britannico e come ieri sera, all’Alpe d’Huez ha ricordato. Il capitano della Sky e El Pistolero hanno organizzato le loro squadre disponendole a ventaglio, obbligando i tapini Quintana e Nibali a stare in “bordure”, cioè esposti alle raffiche.

Froome ha guadagnato un minuto e mezzo. Quintana ha perso il Tour per un un minuto e 19 secondi. Forse. Però, c’è da rodersi il fegato. Quanto a Froome, ieri sera si è ritrovato nello stesso albergo dove stava Nibali (a dire il vero, al Résidence Club MMV Les Bergers dell’Alpe d’Huez c’erano quattordici delle ventidue squadre iscritte al Tour, ma non la Movistar di Quintana…). I due si sono spiegati, in termini meno accesi rispetto a venerdì. Froome ha vissuto a Chiari, vicino a Bellagio, in Toscana: capisce e parla l’italiano, dunque non ci sono stati fraintendimenti. I due hanno sigillato una sorta di tregua stringendosi la mano ad uso e consumo dei media, di certo la tensione degli ultimi giorni è venuta meno, e sappiamo perché Froome era piuttosto nervoso ed insicuro: stava male, e aveva la squadra stanca.

Ha osato la mossa del pokerista: per le prime tre tappe ha lasciato libero Richie Porte, per preservarlo all’Alpe d’Huez. Ha sperato nelle rivalità degli avversari che hanno corso tutti contro tutti, invece di coalizzarsi contro di lui. Divide et impera, dividi e comanda. Gli è andata bene. Quintana ha imparato la lezione? Guarda caso gli era successa la stessa cosa nel 2013 – e proprio nel primo Tour vinto da Froome – una “bordure” pagata carissima. Secondo sul podio, maglia bianca. Come oggi. Solo che allora era al servizio del capitano Alejandro Valverde, il contrario di adesso: “La storia si è ripetuta”, ha detto il giovane colombiano, “peccato che Froome abbia mostrato segni di cedimento solo negli ultimi giorni…”.

Veniamo alla cronaca. Sui maestosi Champs Elysées si è concluso il Tour de France 2015, con la tradizionale passerella parigina. Spettacolo nello spettacolo: per la gioia degli sponsor e dei tifosi. Il Tour vero è infatti finito sabato sui ventun tornanti che portavano all’Alpe d’Huez. Quello formale si è chiuso a 70 chilometri dall’ultimo traguardo, come prevede il regolamento, ossia all’ingresso del circuito da ripetere dieci volte, dall’Arco di Trionfo al Louvre. Lì Chris Froome ha vinto ufficialmente il Tour. Lì l’ha perso altrettanto ufficialmente Nairo Quintana, che ha cercato di stroncare, senza riuscirci, il britannico. Froome ha schienato gli avversari sui Pirenei, con la stupefacente prestazione della Pierre St. Martin. Poi ha resistito alle pressioni psicologiche di chi l’accusava platealmente d’aver barato, paragonando le sue performances a quelle di Lance Armstrong, che ha fatto capolino sulle strade del Tour per un’iniziativa di solidarietà e per ricordare il povero Fabio Casartelli, morto vent’anni fa in una discesa del Tour 1995.

La difesa di Froome è stata strenua, ferma, in parte documentata. Di solito, nell’ultima tappa-passerella la folla esige la volata, e i corridori eseguono. Come stasera. Uno sprint scontato. Cioè dominato dal tedesco André Greipel della Lotto che con la volata di Parigi arriva a quota quattro tappe: stavolta ha seguito la scia di Alexander Kristoff, il più lesto a cominciare la volata, ha faticato dannatamente per rimontarlo e ha contenuto il francese Coquard, in disperato scatto. Il trentatreenne Greipel non ha deluso. Bisogna dire che gli sprinter superstiti erano stati spremuti da quattro giorni di scalate alpine. Nonostante i quattro successi e i numerosi piazzamenti, Greipel non vince la speciale classifica a punti. La maglia verde, infatti, era saldamente sulle spalle di Peter Sagan, il beniamino delle folle, ormai battezzato scherzosamente “monsieur Deuxième” per via dei suoi cinque secondi posti in questo Tour, senza contare i terzi e i quarti. La cosa che mi ha divertito di più è sentire lo slovacco rispondere in italiano nelle interviste, costringere gli sciovinisti francesi a tradurre e lo speaker a concludere con un “mille grazie!”.