In treno, una coppia di ragazze, due amiche alle prese con grandi manovre per il selfie. Pettinano i lunghi capelli corvini, lisci, effetto brillantina Linetti, abbondano di accurata pennellata di lucidalabbra e ripassano l’ombretto per rafforzare l’effetto smokey eyes. Avvicinano le teste, l’una prende il telefono, l’altra parte con il conto alla rovescia e scatta il selfie illuminato da due grandi sorrisi, bellissimi. Ma l’incantesimo svanisce immediatamente dopo il clic e le due adolescenti tornato imbronciate, come durante tutte le manovre di abbellimento, peraltro non necessario.

Sorridere e ridere non è facile, le ragioni quotidiane che non inducono ad espressioni propriamente di gaudio sono molte, eppure nella realtà parallela dei social, a volte e per taluni più reale della realtà, tutti sembrano sforzarsi di essere la pubblicità dell’ultimo dentifricio brillantante.

Un giorno sentendo una sonora risata femminile ho pensato al “dimmi come ridi e ti dirò chi non sei”. La risata identifica, soprattutto quando non è spontanea ma indotta dalla volontà di affermare ed essere ciò che non siamo realmente, ma ciò che agli altri può piacere. Per le donne, nel caso più banale è un modo di conquistare gli uomini, tenuto rigorosamente conto che le riviste maschili indicano l’allegria fra le caratteristiche preferite e ricercate, doti fisiche a parte. Lo stesso pare valere al contrario: la fornita bibliografico-manualistica settimanale, meglio se low cost, fornisce dettagliate indicazioni sulle preferenze del gentil sesso verso “l’uomo che faccia ridere”.

Passati quindi i tempi del magnetico e misterioso sorriso a labbra serrate della Gioconda, siamo immersi nella stagione della risata a bocca spalancata, meglio se fragorosa, come se si avesse bisogno di confermare la propria esistenza nel gruppo, nelle comunity, sui social e in tutto ciò che nella nostra società appartiene alla presunta condivisione.

Dimmi come ridi e ti dirò chi non sei; per scoprire che, apparenti e attraenti risate, a volte celano caratteri che al contrario sono pesanti come le teste moai dell’ Isola di Pasqua. Meglio diffidare di tanta fittizia allegria, soprattutto se oggettivamente immotivata.

Dietro il raffinato Apollo di Veio, conservato al Museo nazionale etrusco di Valle Giulia a Roma, gli esperti scorgono il sorriso di chi si appresta ad andare in guerra con la convinzione dell’invincibilità, data dalla propria giovinezza. Non per le due ragazze del selfie in treno, quelle del sorriso “a comando”.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it