Luglio può sembrare, ed è, un mese troppo vacanziero per giudicare come vanno le cose nel mondo della tv, però i dati delle prime tre settimane del mese qualcosa ci suggeriscono comunque.

Intanto, questo è il dato più evidente, sembra si stia radicando la differenza fra la tv del giorno e quella della sera. La prima, ovviamente frequentata dal pubblico più casalingo dei pensionati e delle massaie, vede una grande stabilità dei comportamenti di ascolto, e la media degli spettatori da anni resta fissata poco sopra i 10 milioni. A sera, la platea si contrae: in questo luglio siamo a 17 milioni di spettatori, 2 di meno rispetto al 2013 e al 2014.

Ne ha fatto le spese essenzialmente Rai1 che vede sparire un milione, mentre gli altri cedono ognuno qualcosa, ma possono consolarsi quando, nel generale sdilinquimento, migliorano lo share, cioè la “quota di mercato” (ad esempio, La7, dopo due anni di ridimensionamento sembra capace di risalire ai livelli di share del 2013; e Mediaset migliora il dato di tutti i suoi canali).

Come si spiega che il teleschermo, e cioè sia la tv generalista che quella a pagamento e satellitare, abbia perso 2 milioni di spettatori, cioè uno ogni sette, come non era mai avvenuto nel corso degli anni precedenti e, in particolare, a partire dal 2011?

La prima, più immediata, spiegazione è che quegli spettatori non siano persi, ma altrove: in vacanza, in albergo, in campeggio, nella seconda casa, all’estero. E che ci siano andati più numerosi degli anni precedenti. Il ché sarebbe un bel segnale di effettiva fuoriuscita dalla crisi economica perché se tanti si sono risolti a spendere un paio di migliaia di euro extra, vuol dire che è diminuita la paura del futuro. E poi ci sarebbe la spiegazione “epocale”, sollecitata dalla differenza fra la stabilità della platea del giorno, più anziana, rispetto al netto ridimensionamento di quella della sera, più multigenerazionale.

Gli anziani, si sa, praticano, in generale, un uso meno “sociale” e meno YouTube dell’intrattenimento. Il loro riferimento è, tuttora, il teleschermo. Ma la sera tornano a casa le generazioni mediaticamente svezzate dallo smartphone, sicché la dimensione della flessione registrata quest’anno farebbe pensare a una vera e propria rottura generazionale, e a un effettivo, sostanziale ridimensionamento del peso del broadcasting nei confronti di settori amplissimi della popolazione.

Due, dunque, le ipotesi a spiegazione della contrazione serale della platea televisiva: l’una contingente, legata alle vacanze e alla uscita dalla crisi; l’altra strutturale, che vede la vecchia tv sostituita dalla socialità internettiana. La lettura dei fondi di caffè dell’auditel per ora non ci dice di più. Ma, siamo tranquilli, perché sappiamo che arriverà ottobre, a toglierci i dubbi.