Quattro anni e dieci mesi di carcere: è la pena chiesta dalla corte d’appello di Bari per Raffaele Fitto. Il leader dei Conservatori e Riformisti è accusato di peculato per fatti commessi quando era governatore della Puglia. In primo grado, nel febbraio 2013, il Tribunale di Bari aveva condannato Fitto a 4 anni di reclusione, riconoscendolo colpevole dei reati di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e un episodio di abuso d’ufficio ma lo aveva assolto dai reati di peculato e da un altro caso di abuso d’ufficio. La Procura di Bari aveva poi impugnato la sentenza chiedendo che Fitto fosse condannato anche per il reato di peculato.

Nel marzo 2015, nella requisitoria d’appello il sostituto pg aveva chiesto il non luogo a procedere per tutti i reati contestati per la prescrizione. In quell’occasione il pg aveva chiesto che anche l’unico reato non colpito da prescrizione, e cioè il peculato, venisse derubricato in abuso d’ufficio.

Oggi, però, il sostituto procuratore generale ha integrato la sua richiesta, chiedendo alla corte di valutare anche l’ipotesi di non derubricare il peculato in abuso d’ufficio, così come richiesto nell’appello depositato dalla procura dopo l’assoluzione di primo grado.  L’avvocato Francesco Paolo Sisto, legale di Fitto, si è opposto alla precisazione fatta dalla Procura generale perché “inammissibile e tardiva“.

Al centro del dibattimento c’è l’appalto da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite, vinto dalla società dell’imprenditore romano Giampaolo Angelucci (condannato a 3 anni e 6 mesi in primo grado, ma il pg ha chiesto il non luogo a procedere per prescrizione), dopo il presunto pagamento di una tangente da 500mila euro, emessa sotto forma di finanziamento illecito al movimento di Fitto “La Puglia Prima di Tutto“. La sentenza è attesa per il prossimo 29 settembre.