“Un danno incalcolabile che rischia di vanificare quei risultati straordinari raggiunti nell’ultimo anno che hanno rilanciato l’immagine di Pompei nel mondo. Non è possibile organizzare assemblee a sorpresa per impedire che il sito resti aperto con personale in sostituzione, con il risultato di lasciare centinaia di turisti in fila sotto il sole. Chi fa così, fa del male ai sindacati, ai diritti dei lavoratori e soprattutto fa del male al proprio Paese”, ha tuonato il Ministro Franceschini.

Insomma sembra svanito l’ottimistico refrain che ha contraddistinto finora il suo operato. Una sorta di rassicurazione tutt’altro che bonaria agli eterni scettici in cerca di criticità ovunque. Ma si sa, a contare più dell’atmosfera sono le misure prese. Le decisioni, più che le intenzioni. Gli indirizzi più che i singoli accadimenti. Dunque la chiusura imposta ai turisti oggi non è poi tanto differente da quella del Natale e Capodanno scorsi. Allora come ora un fiume di polemiche. Con una sostanziale differenza. In quella circostanza Franceschini aveva richiamato la “pretestuosità” delle accuse ai sindacati e al Mibact. Già perché quella di chiusura sarebbe stata decisa assieme ai sindacati e dettata dalla bassa affluenza di turisti che si sarebbe verificata proprio per Natale e Capodanno. Portando come esempio i dati del Natale dell’anno precedente. “Natale scorso 827 visitatori a Pompei contro oltre 15.000 di ogni domenica gratuita! Del resto anche Louvre chiuso per Natale e Capodanno” il twett di Franceschini datato 26 dicembre 2014.

Il problema delle assemblee sindacali non è nuovo. Insomma non è certo possibile ascriverlo alle politiche di Franceschini. Anche nel giugno 2013 la fila all’ingresso si era allungata a dismisura in attesa dell’apertura. Ed era successo anche in precedenza. La storia è lunga e viene da lontano. In dubbio non è la legittimità a protestare, nelle modalità consentite, per i tanti problemi connessi alla sorveglianza del sito. Semmai a creare legittima preoccupazione in chi vorrebbe l’area archeologica fruibile al meglio è la reiterazione di proteste, esercitate a danno proprio della fruizione. In questo il Ministro è colpevole. Nel non aver esercitato la sua autorità. Prima di tutto nel vagliare le richieste, la loro plausibilità. Poi nel fare chiarezza tra giusti diritti e sacrosanti doveri.

Perché l’impressione di chi visita gli scavi è ancora un mix di delusione e rabbia. Insieme a stupefatta ammirazione. Delusione per quelle tante parti del sito che continuano ad essere interdette alla visita ‘ufficiale’. Rabbia per le condizioni di degrado nelle quali si presenta il sito. Perché nonostante la videosorveglianza, gli episodi che sottolineano la estrema inadeguatezza dei controlli, si rincorrono. A maggio una coppia ha provato ad utilizzare la Necropoli di Porta Nocera come suggestivo luogo per amoreggiare. A settembre era stata la volta di una prostituta e di un cliente che avevano scavalcato il perimetro compreso tra via Porta Marina Superiore e la Villa dei Misteri. Senza contare gli episodi di vandalismo e di furti, in crescita. Insomma il problema di Pompei continua ad essere quello di una regolare gestione del sito. Non solo di manutenzione e fruibilità di tante parti. Di decoro. A mancare è un riassetto dell’organizzazione che deve assicurarne la visita. Perché il rischio è che ad un restauro di un mosaico, segua quello di un’intera domus e poi quello di una fontana. E ancora di molto altro. Ma finché non si interviene, anche drasticamente, sul sistema che ne dovrebbe assicurare il funzionamento, il pericolo che i singoli benefici diluiscano il loro effetto, rimane.

Alla straordinaria Pompei servirebbe la semplice normalità. Una guida sicura tra le molte incertezze.