“Subito dopo aver deciso di tornare in Italia ho pensato: come farò a riabituarmi al caos? Invece è stato come rimettere le mie vecchie scarpe preferite”. A parlare è Simona Morachioli, 30 anni, ingegnere gestionale con alle spalle sei anni di vita in Germania. Subito dopo la laurea all’Università di Pisa ha deciso di fare le valigie e volare a Colonia: “A 24 anni mi sembrava riduttivo non provare a costruire qualcosa di mio all’estero, così non ho perso tempo e sono partita”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Nessuna fuga però: “Dopo tre settimane di stage, la una grande multinazionale mi ha offerto un contratto a tempo indeterminato nella sede di Pomezia – ricorda -, ma la pazzia dei miei 24 anni mi ha spinto a rifiutare e a chiedere un posto all’estero”.

Dopo qualche giorno arriva la telefonata dalla Germania e Simona non ci pensa su due volte: “All’inizio ero responsabile tecnica per il lancio di una nota marca di pannolini – spiega -, poi sono diventata global manager”. Un lavoro di grande responsabilità e pagato benissimo: “Gestivo un fatturato da 50 milioni di dollari l’anno, supervisionando da sola uno staff di 35 tecnici”, spiega. E intanto girava il mondo: “Ogni due-tre settimane andavo in un posto differente: Europa, Medioriente e Africa”, ricorda.

Alle soglie dei 30 anni, però, Simona si è trovata davanti a un bivio: “Mi sono chiesta: metto le radici in Germania o torno in Italia?”. Nonostante il lavoro e gli amici, infatti, c’era qualcosa che non tornava: “Lì mi sentivo un ibrido, non ero a mio agio nei riti e nelle tradizioni di un altro Paese – ammette -, avevo bisogno di riappropriarmi della mia identità”. Ma a dispetto del suo bagaglio culturale e delle sue referenze, Simona in Italia trova solo porte chiuse: “All’inizio è stata una tragedia – ricorda -, quando andavo a fare i colloqui mi dicevano che ero troppo qualificata e che dovevo ripartire da zero”.

La sua esperienza all’estero non era vista come un valore aggiunto, ma come un fattore di rischio: “Mi prendevano tutti per pazza – ammette -, non riuscivano a spiegarsi perché volessi lasciare un incarico di quel livello per tornare in Italia”. Simona non si dà per vinta e dopo qualche tempo arriva l’occasione giusta: “I miei tre amici Francesco, Nicholas e Filippo volevano creare una start up dedicata al cibo e cercavano qualcuno che se ne potesse assumere piena responsabilità – racconta – ci ho messo due minuti a capire che quella era l’occasione giusta per me”.

Così, nel dicembre 2014, lanciano Eattiamo, una piattaforma online dedicata ai prodotti alimentari che mette in contatto produttori e consumatori: “Il nostro obiettivo è scoprire le eccellenze alimentari sparse per l’Italia – spiega Simona – privilegiando quelle che hanno più difficoltà a farsi conoscere e che spesso vengono schiacciate dalle logiche del mercato”. E per dare maggiore visibilità ai piccoli produttori i quattro ragazzi hanno sperimentato diversi canali: “Oltre a fornire loro un canale e-commerce, organizziamo eventi e degustazioni in giro per l’Italia e cerchiamo nuovi clienti all’estero”, racconta.

L’importante è far arrivare il loro messaggio: “Il buon cibo arriva dal singolo, non dall’industria”. La start up è ormai avviata, ma per far decollare un progetto così ambizioso bisogna avere pazienza: “Ci sono giorni in cui ti arrivano delle novità talmente grosse che sei pieno di adrenalina e altri giorni in cui non succede assolutamente nulla – spiega -, è fondamentale avere un equilibrio interno che ti spinga ad andare avanti”.

E per Simona è così anche nella vita di tutti i giorni: “In Germania avevo acquisito uno status specifico – ricorda -, oggi quando vado a chiedere una casa in affitto e vedono la mia busta paga mi ridono in faccia”. Eppure non si pente mai di essere tornata: “Finalmente mi sento di nuovo me stessa – ammette -, e queste sfide quotidiane mi hanno riacceso”. Per questo ai giovani consiglia di fare un’esperienza all’estero, ma anche di preparare il biglietto di ritorno: “Non bisogna partire per disperazione, ma per spirito di avventura – sottolinea -, e poi ricordarsi sempre che con un po’ di pazienza il lavoro dei sogni è possibile costruirselo anche qui, in Italia”.