Forse ce lo siamo dimenticato perché la vicenda greca ha tenuto banco negli ultimi mesi, o forse perché siamo ormai con la testa in ferie, ma nel 2016 scattano i controlli del vincolo che 27 Paesi europei hanno firmato: il fiscal compact, argomento destinato a far discutere molto nel prossimo autunno. E nonostante gran parte dei politici italiani che al momento dell’approvazione risultavano d’accordo con le misure di austerità imposte dal trattato ripetano che fu un errore, dall’anno prossimo dovremo fare i conti con una nuova ondata di austerità (governo permettendo). Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono in realtà quattro:

1. l’obbligo di mantenere al massimo al 3% il rapporto tra deficit e Pil, peraltro già previsto da Maastricht;
2. il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” e quindi non legato a emergenze rispetto al Pil;
3. l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
4. per i Paesi con un rapporto tra debito e Pil superiore al 60% previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60%. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2.200 miliardi di euro nel primo trimestre 2015 (135,1% del Pil). Per i Paesi che sono appena rientrati sotto la soglia del 3% per cento nel rapporto tra deficit e Pil, come l’Italia, i controlli su questo vincolo inizieranno nel 2016.

Due sono i punti più controversi. Il primo riguarda il vincolo del 3%, decisamente troppo basso per permettere agli Stati (in particolare al nostro) di indebitarsi, tagliare le tasse e finanziare gli investimenti a favore della crescita. Lo stesso Renzi l’ha definito “oggettivamente anacronistico” aggiungendo che comunque verrà rispettato.

Ma il vincolo decisamente più pesante per il nostro Paese è la riduzione del rapporto debito/Pil nominale (non quello reale) ad almeno il 60%, sia pure in 20 anni. Pesante anche perché se è vero che il fiscal compact non impone nessun taglio alla spesa pubblica, ne obbliga l’Italia a fare tagli dell’ammontare che si sente ripetere da alcuni politici (Grillo parla di 40-50 mld l’anno per 20 anni), ma solo di ridurre il rapporto debito/Pil, è anche vero che in assenza di un incremento dei prezzi significativo e di una ripresa economica asfittica (che alzano entrambi il numeratore del rapporto), l’unica via è quella di ridurre il denominatore, ovvero il debito. Ecco parte dei motivi per i quali Draghi sta facendo di tutto per aumentare l’inflazione e il governo pensa a politiche fiscali espansive. La Grexit sarebbe solo l’antipasto di quello che potrebbe accadere in assenza di stimoli monetari e fiscali.

Non più tardi dello scorso febbraio il commissario agli affari monetari, Piérre Moscovici, ha avvertito l’Italia che il sostanziale via libera alla legge di stabilità 2015 non farà venire meno la necessità di tagliare il rapporto debito/Pil del 5% (appunto 1/20 esimo) della quota eccedente il 60%. E questo, a suo dire, a maggior ragione considerato che la nostra economia starebbe uscendo dalla più lunga recessione dal secondo dopoguerra.

In altre parole vorrebbe dire che dovremmo essere in grado di tagliare il rapporto debito/Pil di circa 3,5 punti percentuali. Che non significa che dovremo fare una manovra pari al 3,5% del Pil, ossia 56 miliardi di euro circa, ma che deve scendere il famoso rapporto. Per capire l’entità della manovra che con tutta probabilità ci aspetta, occorre fare alcune simulazioni. Stimiamo che nel 2016 il Pil e l’inflazione aumentino entrambe dell’1,5% che condurrebbero ad una crescita nominale del Pil del 3%. Perché il rapporto scenda del 3,5% il deficit non dovrebbe superare lo 0,4-0,5% del Pil, ovvero circa 1,5 punti in meno rispetto alle previsioni e agli obiettivi del governo. In altri termini l’Italia potrebbe essere chiamata ad aumentare le tasse e/o ridurre le spese di 20-25 miliardi di euro. Forse un po’ meno considerato che nel primo trimestre 2015 è stato emesso debito a tassi molto bassi, approfittando del Qe (in questo senso va anche letto la gran parte dell’aumento del debito del primo trimestre), che consente di ridurre la spesa per interessi.

Ma credo si possa dire che nell’ipotesi migliore (inflazione al 2% e crescita stabile all’1,5% l’anno nel periodo 2016-18) potrebbero essere non meno di 45-50 miliardi di euro nel triennio. Direi una bella stangata per le tasche degli italiani.

Le recenti politiche annunciate dal premier valgono circa 35 miliardi di euro, di cui 5 miliardi nel 2016 e 15 miliardi nel 2017 e 2018. Ce la faremo? Ai posteri l’ardua sentenza.