Essere figlio d’arte non sempre è un vantaggio. Per Christian De Sica ad esempio non fu facile calcare le orme del grande papà Vittorio e faticò non poco prima di diventare famoso. L’attore romano si racconta tra aneddoti e ricordi, ma lo sguardo è sempre rivolto al futuro con un doppio ritorno al cinema, un nuovo spettacolo teatrale e anche un nuovo ruolo di presidente di giuria per l’Oscar Italiano del Musical.

Per molti lei è uno dei tanti figli d’arte con il cognome famoso che hanno trovato porte aperte e braccia spalancate…
Invece ho fatto tanta fatica per arrivare al successo, so che non sembrerebbe ma è davvero così: ho cominciato proprio dalla gavetta facendo prima la comparsa e poi piccole particine. Ancora poco prima di quel primo Vacanze di Natale di Vanzina, che è il film grazie al quale lavoro ancora oggi, io e mia moglie Silvia (Verdone n.d.r.) eravamo andati a girare un film per la televisione in Francia. La mattina per colazione mi davano due uova al piatto, ma io non le mangiavo, le passavo a Silvia perché così lei ci poteva pranzare e io cenavo solo la sera, questo per dirle che non avevamo proprio una lira.

Poi però accadde…
Fu nel 1983 quando andai a Via Margutta a Roma alla proiezione di Vacanze di Natale dov’ero tra i protagonisti che capii che era cambiata l’aria e infatti quello è il ricordo più bello della mia carriera. Vedendolo mi resi subito conto che sarebbe stato un grande successo, così ho dato di gomito a mia moglie e le ho detto “Silviè, sta tranquilla che da oggi se magna…” E infatti dopo quel film cambiò tutto.

Quindi non l’ha favorita affatto l’essere il figlio del grande Vittorio De Sica…
Mi è servito tanto perché è stato lui che mi ha insegnato a muovermi in questo ambiente e ad aprire gli occhi prima degli altri, poi era un padre anziano per cui con me doveva correre, si doveva sbrigare. Ma un aiuto concreto no, anzi, è stato tutto il contrario. Pensi che quando mio padre è morto, nessuno dei suoi colleghi mi ha aiutato.

E perché non lo fecero?
Forse perché ricordavo loro un passato spiacevole essendo stati tutti suoi assistenti e suoi autisti prima di diventare produttori o registi famosi, e non mi facevano lavorare. Per dire, quello che era stato l’autista di Dino De Laurentiis, e cioè in qualche modo anche di mio padre, è diventato Mario Cecchi Gori, il segretario di mia mamma (Maria Mercader n.d.r.) era Mario Monicelli.

Nella sua memoria ha un’immagine particolare di suo padre o lo ricorda in una specifica situazione?
Mio padre l’ho perso che avevo 23 anni, quindi ero giovanissimo, ma da sempre ne conservo un ricordo particolare: lui che corre verso di me come un ragazzino, mentre aveva già più di sessant’anni. Ero andato con mia madre a prenderlo alla stazione di Napoli, così lo vedo che scende dal treno, corre verso di me facendo l’aeroplanino e mi abbraccia. Ecco, questo è un ricordo fisso che ho di lui continuamente e quando le cose vanno male o sono preoccupato, penso sempre a questa immagine.

A proposito di ricordi, recentemente ci hanno lasciato due artisti che lei conosceva bene, Remo Remotti e Laura Antonelli…
Remo Remotti era un pazzo fantastico, un poeta e anche un grandissimo attore. Io l’ho voluto nel film Simpatici e antipatici che ho diretto nel 1998 dove interpretava mio suocero e ricordo che sul set mi faceva molto ridere, era sfrenato, e molte volte con il turpiloquio e le parolacce diceva delle cose altissime e sempre delle verità. Era uno di quegli attori outsider che però hanno comunque fatto parte della storia del nostro cinema. Con Laura Antonelli ho girato cinque film e ho avuto la fortuna di conoscerla bene: era una donna che soffriva perché non voleva essere apprezzata soltanto per la sua bellezza ma si struggeva per dimostrare di essere una brava attrice, e lo era. Poi la sua fragilità l’ha portata a rinchiudersi in quella casa ed è stata dimenticata da tutti. Si viene dimenticati se non si sta in televisione, figuriamoci se ci si rinchiude in una camera a Cerveteri. Ha fatto una fine ingrata e siamo tutti responsabili, anch’io, perché noi artisti non abbiamo cercato di aiutarla. So che ci ha provato però Lino Banfi, ma non ha avuto riscontri, lei non stava davvero bene.

Quel Vacanze di Natale che ha ricordato all’inizio fu suo primo cinepanettone e adesso sta per girare Vacanze ai Caraibi di Neri Parenti che ne segna il ritorno…
Sì e sono molto contento di tornare a fare un film comico diretto da Neri Parenti, scritto da Fausto Brizzi e soprattutto a fianco di Massimo Ghini e Angela Finocchiaro che per me sono due fratelli. Erano due anni che non ne facevo uno così divertente, a parte La scuola più bella del mondo di Luca Miniero che è andato molto bene, ma era una commedia romantica e sofisticata, invece questa è proprio una farsa. Anzi, prima di firmare il contratto ho detto agli autori: “spingete l’acceleratore sulla comicità perché se facciamo un’altra commedia romantica non se ne può più, facciamo un film veramente comico” e credo proprio che abbiano esaudito il mio desiderio. Poi sa, i film cambiano da quando li pensi a quando li scrivi e pure da quando li giri a quando li proietti e li vedi…

Eppure film del genere sono sempre criticati, per non parlare, appunto, del cinepanettone…
Sì però alla fine se vai a vedere gli incassi, i film comici son quelli che funzionano di più, c’è poco da fare, perché è dai tempi della commedia dell’arte che noi in questo paese sappiamo farli bene, per cui quelli che criticano, se la cantano e se la sonano…

Però non disdegna anche film più ricercati e neanche opere prime come quella che ha appena finito di girare a Bolzano…
Un piccolo film che si chiama Fraulein con la regia di una debuttante, Caterina Carone, e prodotto da Carlo Cresto-Dina che ha vinto a Cannes l’anno scorso con Le Meraviglie di Alice Rohrwacher.
È una storia di amicizia tra un uomo della mia età e una donna di quarant’anni che è Lucia Mascino, bravissima attrice di teatro, ed è una commedia romantica e sentimentale ma molto particolare che non è mai stata fatta perché non è una storia d’amore ma di una vera amicizia tra un uomo e una donna che cambierà le loro vite. Ho letto la sceneggiatura e mi è piaciuta molto, quindi ho deciso di rischiare, e poi Caterina Carone è molto brava.

Tanti film ma anche parecchi musical nella sua carriera e adesso è Presidente di giuria degli OIM, gli Oscar Italiani del Musical, istituiti dal giovane produttore Niccolò Petitto.
E sono onorato di far parte di questo premio che dà lustro alla commedia musicale e al musical italiano, un genere che in questo momento soffre un po’ perché per fare il musical ci vogliono tanti soldi: per le musiche, i balletti, gli attori, l’orchestra… quindi Niccolò ha pensato di organizzare questo Oscar che in una serata, quella del 21 settembre prossimo al Teatro Brancaccio di Roma, riunisce tutte le compagnie, sia dei meno giovani come me che dei giovanissimi, quelli che poi incontrano più difficoltà a trovare degli spazi. Così possono avere visibilità e mercato e rendersi disponibili per i vari teatri che verranno ad assistere ai loro medley, ovvero dei piccoli sprazzi dei loro spettacoli. Trovo che sia una bellissima vetrina, per cui onore a lui.

In qualità di esperto quindi avrà i suoi musical preferiti…
Diciamo che rifare in Italia vecchi musical come My Fair Lady non mi interessa più, preferisco cose nuove come Priscilla la regina del deserto per cui sono impazzito e che è una delle cose più belle fatte ultimamente. Mi è piaciuto molto anche il mio, ovvio, quel Cinecittà dove raccontavo un po’ di cavoli miei. E poi per il musical la cosa importante è il ritmo che purtroppo a molti artisti manca, a volte sei lì che aspetti il numero musicale e invece si mettono a parlare e parlare ed è un po’ una rottura di palle. In fondo il musical è un varietà con delle parole.

E il suo prossimo musical sarà la versione teatrale dell’opera prima di Alessandro Siani Il Principe abusivo.
Sì, è stato proprio Siani che mi ha chiamato per fare con lui anche la versione teatrale del film che abbiamo girato insieme e che porteremo nei teatri di tutta Italia cominciando dal Carlo Gesualdo di Avellino, poi l’Augusteo di Napoli e il Sistina di Roma.

Il suo ruolo è sempre quello del ciambellano che deve insegnare il bon ton al rozzo Antonio, ma come si insegnano le buone maniere?
Pensa un po’, io che insegno le buone maniere… è complicato, però mentre io insegno a lui come ci si comporta a corte, lui a sua volta insegna a me come ci si comporta nella vita, che è molto più difficile. E poi comunque è una favola.