“A me piacerebbe non essere in nessun tempo. L’ideale sarebbe appartenere a tutte le epoche, ma mi rendo conto che si tratta di un’ambizione smodata”. Così si pronunciava Franco Battiato nel 1992 in una intervista curata da Franco Pulcini, nella quale rendeva manifesta la sua refrattarietà alle categorizzazioni dei critici musicali e dei musicologi. A tutt’oggi l’analisi del periodo elettronico-sperimentale del cantautore siciliano (1971-1975) crea non pochi problemi di inquadramento ed esegesi, in quanto i primi quattro dischi di Battiato rappresentano un “unicum” nella storia della musica italiana.

Sono trascorsi cinquant’anni dagli esordi musicali dell’artista, e quaranta dalla pubblicazione di “Clic”, il quarto album del suo periodo “sperimentale”. Sovente i numeri a cifra tonda costituiscono il pretesto per fare bilanci o analisi, così l’occasione per gettare un nuovo sguardo sul repertorio meno conosciuto del compositore di Jonia è stata colta dal musicologo Fabrizio Basciano con il saggio “Battiato ’70. Tra popular music e avanguardie colte” (Crac Edizioni, pp. 154, € 14). Lo studio sin da subito si propone di mettere il talento catanese in relazione con la golden age delle avanguardie popular, ovvero la Kosmische Musik e il progressive rock, un decennio perlopiù sottovalutato dai “nipoti di Adorno”, troppo impegnati in passato ad analizzare e a farsi piacere – a forza – la “musica seria” per accorgersi dell’impatto senza precedenti dell’uso del sintetizzatore, o dei notevoli interstizi artistici sorti tra avanguardia e popular music.

L’intento di Basciano è di offrire al lettore una “cassetta degli attrezzi”. Grazie anche ad una padronanza delle fonti bibliografiche, ci mette al corrente del dibattito accademico tra Adorno e Middleton, dei caratteri della popular music, dell’uso dei sintetizzatori di prima generazione: tutti passaggi necessari per arrivare, poi, ad un campo lungo sulla Kosmische Musik, sul krautrock e sulla curiosità onnivora di Stockhausen. Ampio spazio è inoltre offerto alla trattazione del mitico EMS-Vcs3, sintetizzatore a cui Battiato affida un ruolo chiave nei suoi primi quattro album: “Fetus” (1971), “Pollution” (1972), “Sulle corde di Aries” (1973), “Clic” (1974).

Una delle novità che Basciano porta al dibattito sul primo Battiato è l’esistenza di un ponte tra i suoi esordi pop, ovvero le canzonette incise per la Polygram alla fine degli anni ’60, e l’evoluzione sperimentale degli anni successivi. Perciò viene proposta la categoria di “progressive pop”, per distinguerlo dal prog rock che in quegli anni faceva un uso massiccio d’interpolazioni colte e aveva contenuti testuali dissimili dal catanese. Certo è che, in quel periodo, Battiato non aveva un buon rapporto con i dischi dell’estate e non si poneva il problema di accontentare il pubblico, come chiarisce nell’intervista che chiude il volume.

Altro elemento qualificante del libro è l’analisi “track by track” dei quattro dischi, con una guida all’ascolto che generalmente s’incontra solo nell’approfondimento di opere di musica classica. Qui, però, il gioco si fa duro: in alcuni passaggi il lettore che non mastica teoria musicale può smarrirsi. Tuttavia una trattazione più sommaria avrebbe sacrificato l’approfondimento dei singoli fili che contribuiscono alla tessitura di questi primi LP, fili fondamentali – se ci pensiamo – perché fissano l’artista alla sua epoca, al suo luogo, alle sue aspirazioni personali e alla sua crescita tecnica. In questo Basciano assolve il suo compito, quello di mostrare, di domare, di rendere fruibile un argomento complesso, oltre che di ritrarre un Battiato figlio del suo tempo e – insieme – contro il suo tempo.