Corteo contro centro di accoglienza migranti a Parma

A Casale San Nicola, incrocio fra Braccianense e La Storta a nord di Roma, diciannove profughi mandati dal prefetto hanno trovato la strada sbarrata. A “difendere” questo agglomerato di case senza identità e senza storia sono i suoi 150 residenti, insieme ai militanti di CasaPound il cui vicepresidente Andrea Antonini ha rispolverato toni da irredentismo: “Da qui non ci muoviamo. Casale San Nicola deve rimanere agli italiani. Lo difendiamo fino all’ultimo”.

Dopo la Liguria e il Veneto, tocca dunque a Roma vedere la piazza schierata contro i richiedenti asilo, stavolta – ed è una triste novità – sostenuta da gruppi di estrema destra pronti allo scontro.

Nelle interviste ai manifestanti si nota ancora, in qualcuno, il tentativo di distinguere la preoccupazione personale dalle espressioni collettive nelle forme dell’autentica intolleranza razziale. In quelle singole dichiarazioni appare quasi sempre, all’inizio del discorso, la formula “io non sono razzista, ma…”, e una certa resistenza ad assumere toni spregiativi nei confronti di persone di cui tutti sanno la fuga obbligata, i rischi vissuti sul mare, le perdite.

E’ un razzismo ancora tentennante, il nostro. Vorrebbe fare a meno delle persone in carne ed ossa ed è infastidito – perciò usa il termine “buonismo” – quando dal confuso quadro degli “invasori” si stacca una storia o un sorriso, come quelli della bambina palestinese al cospetto della signora Merkel. Non ho letto commenti truculenti, al massimo qualche elogio alla coraggiosa schiettezza della Cancelliera e alla carezza compassionevole da lei rivolta alla ragazzina in lacrime.

L’intolleranza arriva con la difesa dei propri spazi, quando i temuti occupanti non sono più gli uomini e le donne salvati dal mare, ma le pedine di un disegno criminale e di una strategia di espropriazione. A questo punto pudore e cautela svaniscono, e la più scomposta reazione, anche i toni razzisti, sono ormai giustificati.

A occuparsi di tale sdoganamento sono stati i politici e gli amministratori che, aprendo falle alla nostra cultura molto difficili da riparare, hanno dato fondo all’invettiva di massa con termini quali “africanizzazione” o espressioni come quella recentemente usata dal presidente della provincia di Treviso, Leonardo Muraro: “Uomini di colore che vengono portati qui per imbastardare la razza”. Non stupisce che anche a Treviso molti cittadini abbiano mantenuto un presidio a oltranza, con mobili e materassi mandati in fiamme contro la polizia.

Alcuni argomenti dei neorazzisti, palesemente insinceri, hanno rivelato presto la propria inconsistenza: il rischio che ad altri vadano i nostri posti di lavoro, oppure la diffusione di malattie. Altri, come il pericolo per l’ordine pubblico, sono certamente più fondati, ma superabili da un più deciso impegno dello Stato nelle normali misure di contrasto.

Quello che più tiene, e sul quale si va diffondendo la reazione (prima in Liguria e in Veneto, ora anche a Roma), è invece il tema degli spazi: non ne abbiamo abbastanza, si dice, in un paese in cui il patrimonio edilizio, anche quello popolare, è da anni abbandonato a se stesso – e, con esso, l’identità dei suoi residenti. Se si provasse ad affidarne il recupero agli extracomunitari, se ne avvarrebbero certamente le nostre degradate periferie e si aprirebbe la strada alla formazione di comunità finora mai esistite (esse non sono, infatti, un patrimonio ontologicamente dato, ma una continua risultante sociale).

La preoccupazione è comunque diffusa, e la soglia fra paura e solidarietà non passa soltanto fra le diverse culture e ideologie, ma attraverso ciascuno di noi: sta all’intelligenza, dunque, la scelta fra il rispetto delle persone e la cupa difesa degli spazi.

Se dovesse prevalere quest’ultima, non ci sarà più cura per gli uomini e per le proprie storie, neanche per noi. Meno che mai nella borgata fantasma di Casale San Nicola, incrocio fra Braccianense e La Storta a nord di Roma.