Povertà

Il 9 luglio il Senato ha approvato il disegno di legge n.1176, che prevede l’istituzione per il 4 ottobre del Giorno del Dono. La ricorrenza è simbolicamente rilevante, essendo la Festa di San Francesco, il poverello di Assisi che, mandato dal padre a Roma per vendere una partita di merce, distribuì l’intero ricavato ai poveri e scambiò le sue vesti con un mendicante come segno di dedizione alla volontà divina e desiderio umano di fratellanza e giustizia.

L’iniziativa come spesso accade per le misure proposte dal governo Renzi è un misto di sacro e profano. Sacro è il riferimento al Santo Patrono di Italia (insieme a Santa Caterina da Siena), profano è l’intento di promuovere la mobilitazione di risorse gratuite in forma principale di donazione per contribuire alle cause sociali. C’è qualcosa di male in questo connubio tra idealità e materialità? Di principio no. Il bene comune, il welfare e la lotta alla diseguaglianza non possono essere solo un affare amministrativo e contabile dello Stato. Così peraltro non è mai stato perché il primo moderno welfare pubblico europeo, istituito nella Gran Bretagna del dopoguerra nel 1945, si basava su un accordo popolare tra generazioni e ceti sociali uniti nello sforzo di ricostruire una società dilaniata dal conflitto bellico in nome di un patriottismo che univa tutti verso un comune destino di solidarietà.

Così come allora, anche oggi il welfare non può ridursi a una sola questione di tassazione e redistribuzione ma va alimentato anche attraverso la solidarietà sociale e il mutuo aiuto. Un mondo in cui il dare agli altri è percepito solo come un obbligo normativo e non un valore morale e sociale, alle lunghe è destinato inevitabilmente a sciogliersi nei mille rivoli degli egoismi personali, di gruppo e di casta.

Ma un welfare capace di offrire a ciascuno un’opportunità non può prescindere da un grande sforzo pubblico in istruzione, sanità, assistenza e promozione sociale. Da questo punto di vista i supporter del governo Renzi hanno pochi motivi per gioire e meno ancora ne hanno i non pochi rappresentanti del terzo settore cooptati nelle file della politica nazionale, paladini fino ad ora soprattutto a parole di riforme del terzo settore incagliate nelle paludi dell’immobilismo e della retorica del nuovo che avanza.

Nonostante le dichiarazioni di intenti, in Italia i bisogni sociali rimangono a oggi largamente insoddisfatti. La spesa pubblica dedicata al contrasto alla povertà è inferiore di circa l’80% rispetto alla media europea, mentre la spesa per i servizi per persone non autosufficienti in uno dei paesi a più elevato tasso di invecchiamento del pianeta è più bassa di circa il 40%. Rispetto a questi bisogni il renzismo sembra volere declinare ogni responsabilità. La filosofia delle riforme in materia di welfare che il governo promuove si rifà alla cosiddetta Social Investment Strategy promossa dall’Unione Europea, un programma in cui il sociale è considerato un investimento per valorizzare le potenzialità dell’individuo in chiave produttivo occupazionale. L’idea è che l’economia e la produttività e non i diritti salveranno il welfare. E non a caso suonano ovunque in questa fase storica i tromboni di chi vorrebbe che anche il terzo settore abbandonasse la sua vocazione di soggetto non mosso da finalità di distribuzione degli utili, per abbracciare forme e modelli maggiormente profit-oriented o low profit come va di moda dire al fine di occupare “nicchie di mercato” più produttive e gratificanti.

L’imperativo economico fagocita anche l’organizzazione dei processi di esternalizzazione e affidamento dei servizi basati sempre più spesso su appalti al massimo ribasso che promuovono la diffusione di pochi erogatori di prestazioni di grandi dimensioni a discapito delle organizzazioni di piccole e medie dimensioni più legate alle comunità locali e che esprimono in modo più autentico la natura solidaristica e comunitaria del terzo settore. Invece di suonare come un unico coro, costruendo filiere di servizi basate sull’intreccio tra azione professionale e reti di partecipazione associativa e popolare, il terzo settore così si frantuma, si inaspriscono i conflitti tra le organizzazioni concorrenti, si mobilitano budget di grandi dimensioni che incentivano i comportamenti opportunistici e predatori e i cittadini rimangono imprigionati in logiche del si salvi chi può pur di sopravvivere e continuare a operare.

Il dono in questo scenario, più che un riconoscimento della natura dell’agire solidale come uno dei pilastri portanti del welfare, rischia di trasformarsi in una ulteriore spinta alla deresponsabilizzazione e allo smantellamento dell’intervento pubblico. Come se non fosse noto da decenni di studi a livello internazionale che, senza una base pubblica di finanziamento e un governo coordinato, partecipato e trasparente del sistema dell’offerta, opportunismi e selezione avversa dei più deboli sono destinati a diventare esito designato e inevitabile dei programmi di politica sociale.

Qualcuno osserva che il recupero di risorse provenienti dalla società civile attraverso l’incentivazione del dono è antidoto necessario per fare fronte al declino della spesa pubblica. Che un’idea di giustizia non possa essere affidata alla beneficenza, sembra essere, per troppi, ricordo remoto. Ma l’insegnamento di San Francesco non era quello di deresponsabilizzare gli individui e le istituzioni attribuendo alla libera scelta il compito di garantire fratellanza e opportunità di vita decorose per tutti. San Francesco esaltava il bisogno di partecipazione degli ultimi al consesso di una vita dignitosa. Voleva una comunità in cui ciascuno per la sua parte si assumeva la responsabilità di non abbandonare i meno fortunati al loro destino. Il richiamo alla sua santità per legittimare misure che concorrono nell’attuale quadro a indebolire ulteriormente il ruolo dello Stato come garante dei diritti dei cittadini meno abbienti e più sfortunati suona dunque sinceramente eretico. Come è risaputo del resto non basta appellarsi ai santi per ambire al regno dei cieli.

Forse il miglior modo di celebrare e promuovere la cultura del dono da parte dei novelli taumaturghi al governo e della platea dei suoi sostenitori sarebbe quello di legiferare e agire per permettere di rubare di meno. Togliere a chi ruba e metterlo a disposizione di chi aiuta in una logica di solidarietà, giustizia e equità, è il modo migliore per garantire diritti e futuro a chi non ha niente.