Nemo propheta in patria. Una classica storia di fuga di cervelli all’estero (fenomeno che penalizza soprattutto il Sud), quella di Enrico Natalizio. Ingegnere informatico, 38 anni, origini cosentine, formatosi alla scuola di Ian Akyildiz (docente di origini turche in Telecomunicazioni al Georgia Institute of Technology di Atlanta, esperto in nanotecnologie e hi-tech), un passato d’impegno sociale nelle lotte studentesche contro la precarietà e la legge Gelmini. Dopo la Laurea e un Dottorato di ricerca all’Università della Calabria, nella sua regione avrebbe dovuto affrontare una vita da precario, ovvero da invisibile della ricerca. In Francia invece (qui vive e lavora dal 2010), dove negli atenei la parola d’ordine è meritocrazia piuttosto che appartenenza, è diventato un caso di successo di ricerca sperimentale people-friendly ed è a capo d’un team d’eccellenza per la prevenzione dei rischi ambientali.

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Dopo il coinvolgimento a Lille in un progetto sui sensori mobili, si trasferisce in Picardia a Compiègne (dove i borgognoni catturarono Giovanna D’Arco, patrona di Francia). Qui inizia ad utilizzare droni, sensori e smartphone per il monitoraggio del corso dei fiumi. Oggi all’Utc (Université de Technologie di Compiègne) dirige la cellule Europe che gestisce progetti europei: un team multietnico a cui collaborano un ricercatore serbo e uno stagista del Benin, esempio virtuoso di studiosi che, anni luce lontani dalla ricerca fine a sé stessa, pensando cose utili alla collettività hanno sviluppato un’app ipertecnologica in grado di gestire le emergenze atmosferiche. Quando, in un felice intreccio ateneo/territorio, l’innovazione è al servizio di tutti.

Un Paese a cultura fortemente statalista la Francia, eppure un luogo dove passeggiando a Parigi al Luco (i Giardini di Lussemburgo, sede del Senato francese) puoi incrociare studenti della Sorbonne che si danno appuntamento, bambini che giocano, persone che passeggiano. Che sa d’istituzioni aperte e condivise che fanno comunità, senza mettere barriere tra sé e i cittadini.

Una regione luogo d’immigrazione la Calabria, tradizionalmente terra d’emigrazione (oggi soprattutto intellettuale), da esodo d’intelligenze, in un Mezzogiorno sempre più povero: i dati Istat dicono che mentre nel 2009 i laureati che si trasferivano all’estero erano pari al 19%, nel 2013 sono arrivati al 24%, che significa non solo dispersione economica (la perdita stimata è di 1 miliardo d’euro l’anno) ma anche, soprattutto, di capitale umano.

Per Enrico tutto ha inizio nel 2012 quando risponde ad una call di ricerca: la Regione Picardia, nel nord della Francia, capoluogo Amiens: celebre per la cattedrale gotica ma tristemente nota per le emergenze ambientali (a partire dall’Oise, che spesso mette a dura prova la tenuta degli argini), lungimirante, decide di stanziare fondi per ricercatori d’alto livello. Nasce così l’ideazione d’un sistema a tutela dei beni comuni: in questo caso i corsi d’acqua. Sensori ancorati ai fiumi registrano le informazioni mentre droni effettuano costantemente riprese con la partecipazione dei singoli cittadini (la componente social è soprattutto attiva nelle città). I droni ispezionano il territorio e recuperano i dati misurati dai sensori posizionati lungo le vie d’acqua; dati che possono essere inviati anche da chiunque si trovi in prossimità delle rive del fiume attraverso un semplice smartphone. Quando si determina una situazione di pericolo si genera una catena di comunicazione e le informazioni vengono inviate alla stazione centrale che gestisce i soccorsi. Un abile sistema multi-robot per la gestione dei disastri: smottamenti del terreno, frane, incendi… tutte circostanze in cui l’uomo ha difficoltà ad intervenire. E magari in una regione da dissesto idrogeologico come la Calabria, un’innovazione tecnologica come questa, capace di coniugare tecnica e apporto umano, sarebbe utile per prevenire l’emergenza.

“Vola solo chi osa farlo” fa dire a Zorba Luis Sepúlveda nella Gabbianella. Un percorso di vita coraggioso, fatto di rinunce ma anche di grandi, possibili soddisfazioni, quello di chi per scelta o per necessità decide di andare altrove, dove ci sono migliori, maggiori condizioni di sostenibilità di vita e di ricerca. Prima fra tutte, come dice Enrico, quella di “vincere un concorso perché vali, senza dover dire grazie a nessuno”. È la Francia, bellezza!