Migliaia e migliaia di documenti pubblici sommersi dall’acqua e dal fango. Libri, riviste, atti parlamentari, mobili di pregio. È ciò che può accadere a Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma. Anzi: è già accaduto, ma la notizia è rimasta sepolta per un anno e mezzo nei palazzi. Così, mentre i cittadini ignari pagavano – e pagano – milioni di euro per la conservazione di beni e archivi, questi annegavano – e potrebbero annegare di nuovo – nelle acque del Tevere e nel silenzio delle istituzioni.

ARCHIVI A DUE PASSI DAL TEVERE – E’ il 31 gennaio 2014: quel giorno le piogge avevano causato alluvioni in tutta la zona a nord di Roma. Le strade erano diventate fiumi, il traffico era paralizzato, l’acqua entrava nelle case, nei negozi, negli uffici. E invadeva i capannoni dove presidenza del Consiglio dei ministri, Camera dei deputati e molti ministeri della Repubblica conservano atti, carte, strumenti. Mappa area

Il complesso che ospita uffici e magazzini si affaccia grigio sull’A1: nessuna insegna, nessun cartello: solo un insieme di strutture di cemento circondate da reti e telecamere, con una timida scritta gialla all’ingresso, “Centro polifunzionale”. È lì da oltre trent’anni. Dagli anni Ottanta è a disposizione di chi ne faccia richiesta, a fronte del versamento di un canone di affitto a Inail, proprietaria dell’area. Fin qui tutto nella norma. Ma il centro ha una particolarità: sorge a poche centinaia di metri dal Tevere. È per questo che la zona è classificata dall’Autorità di bacino del fiume come area a massimo a rischio esondazione.

Nonostante le mappe parlino chiaro, però, lo Stato continua ad adibire il centro a luogo per la conservazione. Solo nel 2014, sono stati pagati 10 milioni di euro di affitto: soldi pubblici spesi in silenzio e che si scovano a fatica – quando appaiono – nei bilanci ministeriali.

DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO AL MINISTERO DEL LAVORO – A custodire documenti, mobili di valore e mezzi di varia natura nell’area a nord di Roma sono state nel corso degli anni molte istituzioni. Fino al 2006 risultava affittuaria del complesso la Protezione Civile. Nel 2014, invece, quando l’acqua ha invaso i magazzini, pagavano un lauto affitto il ministero dell’Economia e delle Finanze (149.267,03 euro), la Camera dei deputati (764.983,50 euro), il ministero delle Politiche Agricole e Forestali (342.951,47 euro), la presidenza del Consiglio dei ministri (688.721,03 euro), il Tar del Lazio (60.676,53 euro), il Centro Cara – ministero dell’Interno (6.924.589,57 euro), il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana (1.542.155,38 euro) e l’Avvocatura generale dello Stato (17.592,61 euro). Nel 2013, inoltre, nei registri di Inail risultava anche il ministero del Lavoro (Previdenza sociale, 1.446.480,03 euro). Le cifre, che sono state pubblicate sul sito dell’Inail, spesso non combaciano con le voci di bilancio dei singoli ministeri, contribuendo ad accrescere il fumo intorno a quest’area di cui pochi sembrano conoscere la storia, o perfino l’esistenza.

L’ACQUISTO NEL 1983 – Inail aveva acquistato i capannoni il 17 giugno di 32 anni fa. Li aveva pagati cari: 188 miliardi di vecchie lire, pari a circa 290 milioni di euro di oggi. La compravendita era avvenuta dalla Sogencos, ditta nata nel 1973 e presieduta dall’imprenditore Dario Mazzi, specialista in opere pubbliche che un giorno confessò di aver pagato, in altre circostanze, una tangente di un miliardo e cento milioni di lire al Pci. La Sogecons era poi stata incorporata nel 1990 dalla Grandi Lavori Fincosit, la ditta entrata nello scandalo Mose e allora presieduta da Alessandro Mazzi, figlio di Dario, arrestato per corruzione nella grande retata delle tangenti legate all’opera di Venezia.

Quando avvenne l’acquisto del complesso di Castelnuovo, direttore generale di Inail era il già deputato Dc Amos Zanibelli, mentre presidente era il socialista Flavio Orlandi, che insieme a Licio Gelli e altri pochi anni prima aveva cercato di influenzare i giudici statunitensi perché non disponessero l’estradizione di Michele Sindona dagli Stati Uniti.

NON SOLO CARTE – Non ci sono solo le carte, a Castelnuovo di Porto. Ma anche uomini. Addetti alle biblioteche, personale di servizio, guardie giurate che controllano gli ingressi. E più di ottocento richiedenti asilo alloggiati in una grossa struttura che fa capo al ministero dell’Interno, il Cara. Non solo, dunque, si è deciso di mettere a rischio parte del patrimonio pubblico, ma perfino uomini. Al Cara, il 31 gennaio, si sono svegliati con l’acqua alle ginocchia. I bambini piangevano, i genitori erano spaventati. Sono rimasti sul tetto ore, ad aspettare soccorsi che non arrivavano. E un addetto del centro è rimasto folgorato; in gravi condizioni, è stato trasferito all’ospedale Gemelli.

IL POMPAGGIO CHE NON HA FUNZIONATO – Secondo quanto riferito da Inail, vicino al centro esiste una stazione di pompaggio gestita dal Comune di Castelnuovo. Tale sistema sarebbe dovuto entrare in funzione il giorno dell’alluvione, ma così – da quanto si evince – non è stato. Inail sostiene di aver inviato una comunicazione al Comune nel dicembre 2013 per segnalare il malfunzionamento dell’impianto ma il Comune, interpellato, non ha fornito la sua versione dei fatti.

Inail, rispondendo alle domande del Fatto, rivela anche una condizione paradossale: nonostante la vicinanza con il Tevere, il centro non era assicurato specificatamente contro il rischio alluvioni, ma era coperto solo da una “polizza globale fabbricati”.

SCHEDE ELETTORALI E SERVER FRA CEMENTO E DISCARICHE – Magazzini, archivi, uffici: il Centro di Castelnuovo di Porto ospita documenti di Stato, libri, mobili, auto, mezzi di soccorso, server. La Camera dei Deputati, per esempio, qui conserva 470mila volumi, pari al 33,5 per cento del patrimonio librario della sua Biblioteca e utilizza la struttura anche come sede degli uffici della Giunta delle elezioni per la verifica dei risultati elettorali. Sono custoditi dunque le schede elettorali e i verbali, arredi, attrezzature e strutture mobili, pubblicazioni edite della Camera e «atti relativi ad affari esauriti, ma che non possono essere scartati in base alle norme archivistiche in vigore». Sul sito della presidenza del Consiglio dei ministri, invece, si legge che la sede «assolve alla funzione di archivio interdipartimentale della documentazione PCM» e fa riferimento a generici «fondi documentari (…) inventariati con apposito software applicativo» che costituirebbero «63mila record». L’Avvocatura di Stato custodisce arredi «per i quali si sta predisponendo la pratica di fuori uso» e alcune «pedane di stampati utilizzati per il lavoro di istituto», anche se sostiene di non avere avuto danni rilevanti dall’esondazione. Il Corpo Militare della Croce Rossa italiana tiene nell’area macchinari e mezzi speciali.

Tutti questi beni si trovano all’interno dei capannoni, circondati a loro volta da vere e proprie discariche: arredi abbandonati, sacchi dell’immondizia, rifiuti di vario genere. Fuori dalle reti che circondano l’area, ancora spazzatura, e in terra, un letto di preservativi.

DAI PALAZZI IL SILENZIO – Capire cosa è andato distrutto il 31 gennaio 2014, e cosa nel dettaglio potrebbe andare perduto in futuro, è impresa ardua. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto di intervistare responsabili degli archivi e, in alcuni casi, sottoposto domande specifiche agli enti pubblici che figurano pagare un canone d’affitto. Ma le risposte sono arrivate solo da Camera dei deputati e Avvocatura di Stato. La presidenza del Consiglio dei ministri, per esempio, contattata un mese dopo la prima mail di tre mesi fa, ha risposto telefonicamente che la richiesta era «in lavorazione», salvo poi sparire nel nulla. Altri ministeri hanno ignorato le domande, mentre alcuni responsabili degli uffici stampa hanno promesso risposte senza poi fornirle.

Delle poche risposte ufficiali, ce n’è una che ben riassume il nonsense di un sistema fallace. Alla domanda sul “perché quell’area?”, la Camera dei deputati ha così risposto: «I locali in questione sono stati a suo tempo messi a disposizione della Camera (e di altre 22 amministrazioni pubbliche) dal Dipartimento della Protezione Civile. Nonostante le richieste della Camera, l’Agenzia del Demanio ha più volte attestato l’indisponibilità di alternative tra gli immobili di proprietà dello Stato».